Me lo aveva fatto conoscere il mio professore di educazione fisica al liceo quando all’inizio dell’ora di lezione in palestra, mentre iniziavamo poco convinti il riscaldamento, ci sventolò in faccia “Nel fango del dio pallone”. Un libro che già dal titolo mostrava la sua crudezza senza il bisogno di ulteriori presentazioni. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo personalmente per dirgli grazie, per manifestargli la mia vicinanza per il suo esporsi. E ho coltivato più di una volta la pazza idea di organizzare un evento pubblico con lui, magari insieme alla figlia di Bruno Beatrice, a Raffaele Guariniello e al grande Zeman. Un piccolo sogno. Carlo Petrini se ne è andato stamattina a Lucca dopo anni di calvario per un cancro al cervello che lo aveva reso quasi cieco. Se ne è andato poche ore dopo l’ennesimo morto precoce del mondo del calcio, Piermario Morosini. Se ne è andato Carlo Petrini, ma di certo restano pesanti e incombenti le sue denunce, i suoi libri onesti e sinceri che ci hanno mostrato l’altra faccia del calcio italiano, fatto anche di doping, tanti soldi sporchi e ipocrisia. Lo hanno spesso accusato di essere uno squallido approfittatore che si era messo a scrivere solo per soldi, o di essersi inventato tutto. Quello che il calcio professionistico sta passando in questi mesi, tra partite truccate in mano alla criminalità organizzata nazionale e internazionale, morti precoci di giovani atleti all’apparenza sani e la fastidiosissima e più che sospetta abitudine dello stesso mondo dei “pallonari” di liquidare il tutto come fenomeni marginali, mele marce, casi isolati, tragiche fatalità, sono la dimostrazione che Carlo Petrini non si era inventato proprio niente. Se si è iniziato a parlare di doping e di abuso di farmaci nel calcio è anche grazie ai suoi scritti. Un pezzetto di verità e di bellezza in mezzo a troppa ipocrisia.
Grazie Carlo Petrini. E ciao.

Una recente indagine ha dimostrato che un adolescente su tre è disposto a fare uso di sostanze illecite pur di raggiungere il successo nel mondo del calcio. La cosa ancora più inquietante è che il 10% di loro si dichiara ‘pronto a morire per uso di questo sostanze’, pur di assomigliare al proprio idolo sportivo“. Carlo Petrini.