Un mese fa, mentre iniziavano le celebrazioni per l’apertura delle Olimpiadi di Londra 2012 con Mister Bean e la regina, la Wada (insieme con l’Interpol con sede in Francia) si apprestava a piazzare il suo colpo più clamoroso in fatto di lotta al doping ai Giochi, visitando l’azzurro Alex Schwazer in ritiro preolimpico tra i boschi bavaresi e le fiale di Epo. Decisamente più recente la notizia che Lance Armstrong, accusato dall’agenzia antidoping americana Usada, rischia di perdere tutti e sette i trionfi al Tour de France tra il 1999 e il 2005 e di essere radiato a vita dalle corse, ma la sua condotta etica era già stata macchiata da molti dubbi. A partire dalla frequentazione del dottor Ferrari, lo stesso che ha seguito nella preparazione Schwazer, campione olimpico a Pechino 2008 nella 50 chilometri di marcia. Pericoloso questo dottor Ferrari, radiato dal Coni fin dal 2002 per i suoi metodi di preparazione e di allenamento che sperimentava per e con gli atleti (soprattutto ciclisti) che a lui si rivolgevano. Ultimo della lista è Fabrizio Macchi, ciclista e atleta paraolimpico medaglia di bronzo ad Atene 2004, anche lui accusato di frequentazioni con Michele Ferrari, ma lui dice che sì lo conosceva, che sì lo aveva visto più volte, che sì aveva fatto con lui analisi mediche, ma solo per aiutare la figlia di Ferrari che stava facendo una tesi di laurea in scienze motorie (vale il motto “tale padre tale figlia”…). Sembra di risentire le divertenti dichiarazioni di atleti pizzicati in passato positivi a sostanze dopanti: è colpa del dentista, è la crema vaginale della fidanzata, è colpa dei troppi caffè. Adesso la versione accademica della figlia dello stregone che sta preparando la tesi con l’atleta che si immola per la ricerca e corre da Ferrari. Sarà anche vero, ma Macchi dovrà essere molto convincente davanti alla Procura Antidoping del Coni. E nel frattempo il paraolimpico salta giù dall’aereo per Londra e resta a casa. A Londra ci è andata e con molta fortuna la cinese Ye Shiwen, sedicenne nuotatrice capace di sbriciolare il record del mondo nei 400 misti andando in alcuni tratti più veloce perfino dei nuotatori americani Lochte e sua maestà Phelps. La delegazione statunitense si è infatti un po’ risentita e ha fatto presente che la prestazione monstre della Ye qualche dubbio non può non sollevarlo. I cinesi hanno chiaramente rispedito al mittente l’accusa neanche tanto velata di doping, non senza sottolineare che pure gli otto ori di Phelps a Pechino potevano suscitare alcuni sospetti poco edificanti. Insomma, in mancanza di prove concrete, una mano lava l’altra. C’è da chiedersi quanto queste vicende possano insegnare qualcosa per il futuro e quanto invece siano le ultime di una lunga serie di scandali che hanno a che fare con l’idea di uno sport dove si debba vincere a tutti i costi, anzi stravincere. Dove una medaglia chiama l’altra, dove il record del mondo è la Mecca di ogni atleta, il trampolino che trasforma uno sportivo qualunque in macchina da soldi ricercata da sponsor pronti a coprirti con i loro dollari. Fino alla prossima medaglia olimpica, se arriva. Una spirale perversa che fa comodo anche alle rispettive federazioni, allo stesso Cio: che Olimpiadi sarebbero state senza Bolt e Phelps? L’intero movimento quanto sarebbe più povero se Bolt non fosse diventato quello che è adesso? Quando si dice che se qualcuno non ci fosse bisognerebbe inventarlo… Ecco che quello che ci ostiniamo a chiamare sport non è più tale, è qualcos’altro, dove l’atleta è un pupazzo che deve essere spremuto perchè dalle sue prestazioni vincenti aumenti sempre più il business intorno allo sport: diritti televisivi, contratti pubblicitari, sponsor, grandi finanziatori. Senza contare il prestigio politico che un alto dirigente sportivo può vantare in patria come in ambito internazionale. Insomma lo sport come ricerca forzata del successo paga in termini di soldi e potere, ma per prosperare necessita di atleti-cavie pronti a tutto, una ricerca medico-sportiva che ricorra a pratiche dopanti sempre più raffinate perchè non siano scoperte dai controlli (sempre troppo pochi) della Wada, la complicità di interi vertici dello sport mondiale che a parole si schierano ogni giorno contro il doping, ma a fatti lasciano più o meno che tutto vada avanti come finora è andato. Cioè lasciano che atleti e medici-preparatori sperimentino, in autonomia, nuove soluzioni in vista delle Olimpiadi. Se verranno beccati la strategia sarà quella di scaricarli e di fingersi scandalizzati. Se invece arriveranno delle belle e insperate medaglie occorrerà lodare l’atleta, nuovo eroe nazionale per una settimana, le sue capacità e la sua integrità morale, il suo fantastico spirito olimpico. E mostrare riconoscenza verso il medagliato. Infatti il Coni (così come la maggior parte dei comitati olimpici nazionali) misura la riuscita di una spedizione olimpica in base al medagliere e può ritenersi soddisfatto, come ha affermato il suo presidente Petrucci in occasione di Londra 2012, se siamo “nel G8 dello sport“. Viva Alex Schwazer finchè vince. Questa l’ipocrisia che ancora oggi tiene in trappola lo sport italiano. La dimostrazione l’ha data un sempreverde dello sport azzurro, Mario Pescante, che a proposito di Schwazer ha affermato: “E’ stato un gesto infame, ma la medaglia del 2008 era pulita“. E cosa ne sa lui della medaglia del 2008? Come fa ad essere così certo che anche a Pechino il marciatore altoatesino non sia ricorso a pratiche illecite? L’averla banalmente fatta franca è una opzione evidentemente non contemplata nella testa di Pescante. Ma lo scandalo non sta qui, ma in Pescante stesso, nella sua imperitura recita di uomo capace di galleggiare in qualunque mare in burrasca, accomodante con il potere di cui sopra, ai vertici dello sport nazionale, della politica come del Cio. In buona compagnia con l’amico Carraro. E allora vale la pena ricordare che il dottor Michele Ferrari, che ha inguaiato Armstrong, Schwazer, Macchi e chissà chi altro, non nasce dal nulla. Viene da Ferrara, là dove operava negli anni ’80 e ’90 Francesco Conconi, il medico, il preparatore atletico di Francesco Moser con il suo record dell’ora a Città del Messico, il rettore dell’Università di Ferrara, l’amico di Romano Prodi, ma soprattutto il prescritto in un’inchiesta del 2004 del Tribunale di Ferrara per avere sottoposto a pratiche illecite, nel corso degli anni, numerosi atleti di punta dello sport italiano. Ferrari già dagli anni ’80 faceva parte dello staff di Conconi e con lui collaborava a stretto giro. L’obiettivo principale era allora quello di arrivare agli appuntamenti olimpici in grado di vincere, non importa come. Nell’inchiesta di Ferrara, coordinata all’epoca dal pm Pier Guido Soprani, è contenuto un vero atto d’accusa per il movimento sportivo italiano, sia per i nomi degli atleti coinvolti nella “cura Conconi”, sia perchè emerse come l’attività di Conconi fosse stata concordata con i vertici del Coni dell’epoca. Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci, Marco Pantani, Ivan Gotti, Gianni Bugno, Maurilio De Zolt, Marco Albarello. E ancora, Maurizio Damilano e Manuela Di Centa. L’uno, campione olimpico a Mosca 1980 nella marcia è il fratello di Sandro, l’ex-allenatore personale di Schwazer negli anni considerati “puliti” da Pescante. A Londra ha portato ai vertici olimpici svariati atleti cinesi. Quando ha saputo che Schwazer frequentava Ferrari, Sandro Damilano non ci voleva credere: “Non credo che Alex si sia affidato a lui“. La vicenda del fratello “preparato” anni prima da Conconi non gli ha insegnato niente? L’altra, la Di Centa, due medaglie d’oro alle Olimpiadi invernali di Lillehammer 1994 con il metodo di Conconi e l’ematocrito impazzito a 54.2, dopo avere terminato la sua brillante carriera di fondista, ha vestito con grande disinvoltura e spigliatezza i panni della politica e della dirigente sportiva: eletta in Parlamento per la prima volta nel 2006 con Forza Italia, confermata deputata nel 2008 con il Popolo della Libertà, eletta membro del Cio nel 1999, rieletta nel 2002, dal 2010 è membro onorario. E’ sulla buona strada la Di Centa, quella dell’ipocrisia. Ma certo le vette più alte, là dove volano le aquile, quelle sono prerogativa solo di loro due, la coppia d’oro dello sport italiano: Franco Carraro e Mario Pescante. Carraro (detto Il Poltronissimo), tre volte ministro, sindaco di Roma, vice presidente di Alitalia, presidente di Impregilo e di Mediocredito, tre volte presidente della Figc, ma anche presidente della Federazione italiana scii nautico, presidente del Milan, commissario straordinario della Lega Calcio, membro del Comitato esecutivo dell’Uefa e soprattutto presidente del Coni dal 1978 al 1987. Secondo il pm Soprani fu proprio sotto la presidenza Carraro che prese il via la collaborazione tra il Coni e il laboratorio gestito da Conconi per avere medaglieri sfavillanti alle Olimpiadi. Dal 1982 è membro del Cio. Pescante anche lui s’è dato da fare: Segretario generale del Coni, capodelegazione dell’Italia a dodici Olimpiadi, deputato per tre legislature con Forza Italia e poi con il Popolo della Libertà, quindi sottosegretario ai Beni culturali con immancabile delega allo Sport, Commissario straordinario per Torino 2006 e per i Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009, vice presidente vicario del Cio (dal 2009 al 2012, si è dimesso dopo la bocciatura del governo Monti della candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020, di cui era, inutile dirlo, presidente del Comitato organizzatore). Il nostro è stato ovviamente anche presidente del Coni dal 1993 al 1998 (anno in cui fu costretto a dimettersi per lo scandalo del laboratorio antidoping dell’Acquacetosa). Membro del Cio anche lui, dal 1994. Tra Carraro e Pescante, i due uomini della provvidenza che non riescono proprio a rinunciare a uscire di scena, dal 1987 al 1993 la presidenza del Coni è stata occupata da Arrigo Gattai. Anche il suo nome è finito insieme a quelli di Carraro e Pescante nell’inchiesta di Soprani. Le loro posizioni sono all’epoca state archiviate perchè i reati di cui erano accusati, associazione per delinquere, truffa sportiva e somministrazione di farmaci nocivi, erano prescritti. Ma resta la pesantissima condanna morale: “L’origine del rapporto tra il Coni e Conconi nacque e fu voluta per dare l’avvio, in ambito istituzionale, a pratiche di doping sportivo. I vertici del Coni che stipularono la convenzione non solo erano perfettamente al corrente di ciò, ma hanno consapevolmente deciso che, a fronte di probabili danni, il beneficio dato dall’ottenimento dei risultati agonistici sarebbe stato maggiore e più conveniente per il Coni“. Ieri Conconi, Moser, Di Centa, Damilano e un elenco lungo 63 atleti. Oggi Ferrari, Armstrong, Schwazer, Macchi. Ieri come oggi sono presenti più che mai e lottano contro il doping Carraro, Pescante, Di Centa, il Coni, il Cio… E con ogni probabilità il successore di Petrucci alla presidenza del Coni sarà Raffaele Pagnozzi, una carriera sotto l’ala protettrice di Carraro di cui è da sempre considerato il pupillo. Della serie.. ma di cosa stiamo parlando? Certamente non di sport. Nè tantomeno di spirito olimpico (quello vero).