Lidia Levi_Liceo Tito Livio“Buuondì! Preparatevi che domani farete un tesst!”. La porta si aprì e si chiuse in una manciata di secondi, interrompendo d’improvviso la lezione in corso, giusto il tempo di ricevere la sua comunicazione per l’imminente “tesst” del giorno dopo. Lei era Lidia Levi, indimenticata e indimenticabile professoressa di greco e latino al liceo classico Tito Livio di Milano. E quello fu il suo inimitabile modo di presentarsi a noi studenti, al primo giorno della prima liceo, ancora abituati allo scartamento ridotto del ginnasio.
Con quel primo tesst (che fu una vera ecatombe di 2, 3, 4 e così via, si salvò solo Andrea B. con un insperato 6) si inaugurarono per noi due anni speciali, fatti di momenti che ripensati oggi, a qualche anno di distanza, non possono che fare bene.
Vedendola per caso in giro, non ti saresti certo immaginato che forza della natura si potesse nascondere dentro quel piccolo corpo compatto così fiero di sé.
Lidia Levi se n’è andata poche settimane fa e chissà quanti ex-studenti avrebbero voluto salutarla un’ultima volta pieni di gratitudine. Sì, perché Lidia ha lasciato il segno, ha colpito e toccato le corde dell’animo attraverso la sua passione per l’insegnamento. Si è fatta sentire per molti anni la sua presenza autorevole tra i corridoi e le aule del Tito Livio.
Che dire, una persona straordinaria! Leggendaria la sua pragmaticità e la sua organizzazione. Indimenticabile la sua agenda rossa che andava a riempire giorno dopo giorno di interrogazioni, versioni, tesst, letture dei classici. Ogni inizio anno era lei che si occupava di incasellare ore, giorni, professori e sezioni per stendere il calendario dell’intero liceo, facendo coincidere tutto e regalando a tutti il tanto atteso “orario definitivo”. Lei, che non riuscivi mai a tenerla ferma, sempre brillante e acuta in aula, andava e veniva da casa a scuola con la bicicletta e la sua pedalata lunghissima, quando la maggior parte dei suoi colleghi, certo più giovani anagraficamente, preferivano il tram, quando non l’automobile o lo scooter.
E ci stupì una volta di più quando, dopo che si ruppe, sciando, tibia e perone, si presentò in classe a distanza di poche settimane in carrozzina, registro in mano e gamba steccata, subito pronta a riprendere il programma da dove lo aveva lasciato. Come se nulla, ma proprio nulla, fosse successo, dopo l’immancabile e fulmineo “Buuondì!”, riprese le redini della situazione, dopo l’incolore supplenza della professoressa di italiano.
Non era facile, tutt’altro, arruffianarsela. Era anzi una missione impossibile. Al contrario di altri insegnanti, con cui bastava capire i rispettivi “punti deboli” e giocare su quelli per avere la loro condiscendenza e magari divenire i loro “prediletti”, con la prof Levi la celeberrima e odiata categoria dei “lecchini” rimaneva spiazzata. I valori individuali degli studenti venivano rispettati e riconosciuti, barare era molto difficile, il suo metro di giudizio era tutto basato sulla sostanza e per niente sull’apparenza. Il suo carattere asciutto e deciso faceva il resto. Ma Lidia era la più ostinata quando si trattava di aiutare chi restava indietro, quelli da 2, 3, 4 fisso nelle versioni. Se qualcuno mostrava segni di scoraggiamento, interveniva lei con i suoi esercizi di recupero, differenziati da studente a studente. Ed era meticolosa nel verificare che le consegne venissero eseguite da tutti, per primi da quelli che avevano più difficoltà. Non “regalava” nulla, ma faceva di tutto perché migliorassero anche solo un po’. A ripensarci adesso, la sua era davvero una specie di lotta, di missione civile contro le ineguaglianze e le differenze che la scuola dovrebbe ridurre. Ma soprattutto il suo insegnamento era questo: mai compiangersi, mai lasciarsi andare di fronte alle situazioni difficili, vietato scoraggiarsi. Una tempra fuori dal comune la sua, un po’ come quella dei Greci a Salamina contro l’esercito apparentemente invincibile dei Persiani. Come dimenticare la serie scolastica edita da Laterza “Leggere in latino“, curata direttamente da lei, attraverso cui migliaia di alunni hanno conosciuto Orazio, Livio, Cesare, Cicerone, Catullo, Seneca? Se volete conoscere il metodo di lavoro di Lidia Levi, cercate lì. Sfogliate quei quadernetti pieni di suoi commenti ai testi, di note a margine che hanno il merito di metterti subito in contatto con la mente e lo spirito dell’autore più di molte letterature specializzate.
Non era retorica Lidia, non le servivano troppe parole per comunicare con i suoi studenti, a cui bastava il suo esempio, la sua totale abnegazione. Era uno spettacolo sentirla leggere in metrica l’Iliade e l’Odissea, sembrava cantasse al ritmo antico degli aedi.
Seria, ma a dispetto delle apparenze era sempre pronta a “giocare” con la sua immagine autorevole, come quando, passata dalla carrozzina alle stampelle, accoglieva i genitori a ricevimento con il registro scolastico in bocca come un hamburger, avendo le mani occupate dai ferri che la sorreggevano. Nessun formalismo borghese, ecco.
Io, che nelle versioni non ero certo un genio (recuperavo però con la letteratura), mi vedevo sempre gabbato da Lidia: ogni volta che c’era la consegna delle versioni che aveva corretto, iniziava la restituzione chiamandoci per cognome alla cattedra, partendo dal voto più basso, che pronunciava distintamente e con grande nettezza e velocità come suo solito, via via a salire verso i 7, gli 8 e i rarissimi 9. Si iniziava con i 2, i 2 e mezzo, i 3, i 3 al 4, su su fino al fatidico: “E adesso veniamo alle sufficienze!”. Io, che non ero stato ancora chiamato e già pregustavo la mia piccola vittoria per una sufficienza piena e sudatissima, mi vedevo beffato dal suo: “Cullati! 5 al 6!”. Una sufficienza, ma sempre claudicante. Ogni volta così, sembrava che si divertisse a giocarmi questo scherzetto. O anche quando doveva scegliere chi interrogare e scorreva su e giù l’elenco dei nostri nomi sul registro di classe e andava con il dito prima su un cognome, poi sull’altro, accompagnando quegli interminabili secondi con un mantra ad alta tensione: “Vediamo chi potrebbe venire.. potrebbe venire… potrei chiamare, vediamo… adesso potrei chiamare… CULLATI!!!”. E il bello era che mi aveva chiamato appena poche lezioni prima. “Cullati!!”.
Se ne andò in pensione quando noi dovevamo iniziare il quinto anno di superiori, la terza liceo, affidandoci a quella che era stata una sua allieva, la brava Paola Schirripa. Per tutto l’anno non si fece praticamente più vedere, come era giusto che fosse, ma era come se ci seguisse da lontano. In fondo, sia noi che la nuova prof eravamo tutti suoi studenti. Ma con l’ennesimo colpo di genio, si rifece viva nell’aprile 2006. La vedemmo arrivare dalla finestra della nostra classe che si affacciava sul cortile della scuola, con un piglio più baldanzoso del solito, quasi volesse contenere l’allegria. Portava buone notizie, quella mattina: dopo una notte epica, i conteggiatori dei voti avevano decretato la vittoria, risicatissima, della coalizione guidata da Romano Prodi su quella capeggiata da Silvio Berlusconi. Per noi fu festa doppia, anzi tripla: l’odiato Silvio era stato sconfitto, era venuta a trovarci la Levi e, cosa per niente irrilevante, sapevamo che avremmo perso una parte della lezione in corso.
Quando mi hanno detto che Lidia non c’era più ho cercato di immaginare come avesse trascorso le sue ultime settimane. Ancora una volta la piccola grande donna aveva dato una lezione a tutti, semplicemente con il suo esempio: prima di andarsene nel sonno della notte, aveva tenuto fino all’ultimo giorno lezioni pomeridiane di letteratura greca al gruppo di appassionati che la seguiva. Aveva perso il marito pochi giorni prima. A chi l’aveva incontrata in quel periodo così duro disse: “Non preoccuparti, io lotterò fino alla fine”. E fino all’ultimo secondo non ha mai smesso di trasmettere la sua passione di insegnante, miglior esempio di donna che ha saputo essere dalla parte degli ultimi senza cedere un solo istante alla retorica e all’autocelebrazione. Viva e innamorata della vita sempre e comunque, fino in fondo.
E ora sarebbe bello se il Tito Livio, i suoi ex-colleghi e i suoi numerosissimi ex-studenti riuscissero insieme a trovare un modo per ricordarla e tenere vivo il suo esempio, in modo creativo e, ovviamente, per nulla retorico.

Buuondì Lidia Levi! E grazie davvero.

Dum loquimur, fugerit invidia
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

PS/1. Una prova della sua essenzialità comunicativa, dove conta la sostanza. L’esempio al posto di molte (troppe) parole. (Il suo intervento è in fondo all’articolo).

PS/2. Una sua intervista su Repubblica riguardo al nuovo Esame di Stato (marzo 2002).

PS/3. Il ricordo di alcuni suoi colleghi ed ex-studenti.

AGGIORNAMENTO: oggi, venerdì 12 settembre 2014, durante l’evento d’inaugurazione dell’anno scolastico, è stata intitolata la biblioteca del Tito Livio alla prof.ssa Levi (che aveva deciso di lasciare la sua collezione libraria al liceo, a testimonianza della sua passione per l’insegnamento mai affievolitasi nel corso del tempo). Presenti i famigliari,  suoi ex-colleghi e diverse generazioni di suoi ex-studenti, ognuno dei quali ne ha tratteggiato il proprio ricordo. Ero presente anche io e ho letto il pezzo di cui sopra (con qualche leggero taglio). Che dire…è stata davvero una occasione preziosa, sentita e non retorica (come sarebbe piaciuto a lei) per ricordare il suo spirito, sempre presente in ognuno di noi.