Caro Nando, e adesso? Lettera aperta a Nando Dalla Chiesa

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E adesso che lo hai fatto scoppiare, caro Nando, questo bubbone, questo “circo dell’antimafia“? Cosa succede? Cosa resta (resterà)? Adesso che immagino già che ci si appresti a schierarsi l’un contro l’altro armati a difesa di questo e di quello, come la mettiamo? Benjamin diceva che all’uomo non resta che costruire dalle macerie, per farne venire fuori qualcosa di decente. Non è quindi detto che sia un male che il “bubbone” sia scoppiato. Ma dopo averlo fatto esplodere, caro Nando, sei pronto a ricostruire dalle macerie? Te lo chiedo perché dopo che ho letto il tuo articolo, mi sono iniziate a girare in testa un po’ di cose. Nel frattempo, alcuni miei amici che da anni si impegnano nella lotta alle mafie (anche dentro Libera, per dire), mi scrivono sbigottiti, incazzati, increduli. Con la tentazione di mollare tutta la compagnia. Anche tu, più di me e di loro, sarai stato arrabbiato e incredulo, ci mancherebbe. Però credo che a questo loro sbigottimento, oltre e forse prima che al tuo, si debba cercare di dare una risposta. La cosa più scontata che si potrebbe dire è che è facile “fare scoppiare”, il difficile viene dopo.
Il difficile lo vedo già adesso, caro Nando, dopo il tuo attacco frontale a Giulio Cavalli, dipinto come il primo cretino che passa per strada in cerca di visibilità, come quasi una Rosy Canale del Lodigiano. Ne sei proprio sicuro? Non mi metterò a fare l’elogio di Giulio, di cui conosco un po’ sia i pregi che i difetti. Mi piacerebbe però che si evitasse di mandare definitivamente tutto in vacca. Se è vero che il mondo dell’antimafia sociale, ultimamente, si è “allargato” un po’ troppo, come tu stesso spieghi, è altrettanto opportuno distinguere per non confondere. “Distinguere per non confondere”, quante volte, quante volte Nando, agli incontri di Libera abbiamo sentito don Luigi ripeterci questo adagio? Distinguere per non confondere.
Nulla è perfetto, questo lo sappiamo. Alcune cose non funzionano: troppi libri, troppi convegni sulle mafie, troppi protocolli siglati che non incidono davvero. Sempre lo stesso Ciotti da anni dice che servono “meno parole e più fatti”. Io aggiungerei che servirebbero parole giuste, umane, non belligeranti. Credo ci voglia più mitezza, più voglia di capire le persone cercando di mettersi nei loro panni. Evitando condanne e anatemi. In generale e nello specifico. Per cui mi piacerebbe che il tuo articolo passasse così, senza ferire troppo nel profondo chi non si capacita di tutto ciò. Tu Nando, con la tua autorevolezza, la tua esperienza, sei una ricchezza per il mondo dell’antimafia, lo dico perché ne sono convinto. Libera è una perla preziosa, bellissima, che riesce ogni volta a parlare a moltissime persone (e a molti giovanissimi). Ma anche altre associazioni che cercano, nel loro piccolo, di fare qualcosa di buono, meritano attenzione e rispetto. E cura. Non di essere liquidate come le hai liquidate tu. Perché anche dentro lì c’è del buono, c’è molto di buono, anche se non fanno parte del “noi” ufficiale di Libera. Per esempio, conosci i giovani che fanno parte di quelle associazioni che tu ridicolizzi (“ineffabili associazioni”), che animano da anni serate dense di impegno in quel Bresciano così sonnolento? Distinguere per non confondere. Poi si sbaglia, ma si sbaglia tutti, non solo qualcuno. Perché ci deve pur essere qualcosa da sistemare anche nell’antimafia buona (mica quella da circo, quella dei Cavalli, e delle associazioni di serie B), se Frediano Manzi è finito come è finito (ma forse si è sempre in tempo per recuperare, almeno lo spero). So bene che anni e anni fa Manzi era “ospite” nella sede di Libera presso le Acli. Però so ancora meglio che, dopo che sono venuti a galla i problemi (di Manzi, con certi ambienti e con la legge), Manzi è stato scaricato in fretta dal “noi”. Ma che razza di noi è quello che prende solo le cose tutte belline? Vedi Nando, per me il caso di Manzi è un caso da studiare. Da mettere all’ordine del giorno, al primo punto, nelle vostre riunioni dell’Ufficio di presidenza, in uno dei vostri seminari di Libera. Partendo da quelli che organizzate coi giovani d’estate. Non raccontategli solo delle storie o tutte bianche o tutte nere. Non fategli sentire solo Mattiello. Parlate loro anche di Frediano, raccontate dei tanti, troppi Manzi che ci si è dimenticati, lasciati indietro perché sporchi, perché a metà tra il bianco e il nero, provenienti dalla zona grigia, ma mica quella dei “colletti bianchi” pieni di soldi, quanto piuttosto della zona grigia “popolare”, popolana, diciamo pure “di massa”, in cui galleggiano tantissimi (milioni?) di italiani. Che non meritano certo di essere esclusi a priori da quel “noi”, a volte leggermente accomodato su se stesso e sulle sue icone tutte vestite di bianco lindo (tra le quali ci sei anche tu, Nando, a proposito di quanto hai scritto tu stesso sulla “mitologia” e sugli “eroi”), solo perché hanno sbagliato.
Tutto questo pippotto l’ho buttato giù nella speranza che si eviti, almeno questa volta, di dividersi in fazioni ridicole, tra chi ha ragione e chi ha torto, in una realtà così “complessa e composita” (Mattiello dixit) come inevitabilmente è quella dell’antimafia sociale. La sfida forse potrebbe essere questa, per tutti: riusciamo a creare, a concepire, anche solo nelle nostre teste, un insieme di persone che si ritrovi unito per un solo grande obiettivo (sconfiggere le mafie), senza guardare se il nostro vicino ha la camicia con la macchiolina più grande della mia? Che tenga insieme i don Ciotti e gli scout con gli spiriti liberi e inquieti come Giulio Cavalli? E che chieda di unirsi alla lotta anche ai tanti Frediano Manzi sparsi per l’Italia, invece di condannarli dal grigio in cui si trovano al nero dell’abbandono e dell’indifferenza? In una parola, vivere, ogni giorno di più, da riconciliati.
Adesso che il bubbone lo hai fatto scoppiare, riesci, riusciamo, a fare venire fuori tutti insieme qualcosa di decente, anzi di profondamente umano e di bello?

Il dinosauro di plastica

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Il dinosauro di plastica, romanzo d’esordio di Federico Scarioni (che è anche mio amico), mi è subito stato simpatico al primo colpo d’occhio. 100 pagine scarse. Per me che non sono un grande lettore, soprattutto tendo a iniziare e non finire, accumulare e non concludere, non è poco.
E poi chi l’ha detto che un romanzo deve essere un mattone? In questo senso, Il dinosauro di plastica e il suo autore sembra abbiano appreso la lezione di maestri come Benjamin, Adorno, Beckett, dove il minus dicere è uno dei pochi strumenti in mano allo scrittore per evitare di ripetere sempre la stessa storia e la stessa immagine, proprio perché “tutto è già stato detto”.
La prosa scorre via semplice e mai banale, senza spocchia e senza rincorrere velleità barocche e intellettualoidi. La trama trova la sua forza in una staticità solo apparente. Si tratta di una staticità dinamica, dove la fine è nel principio e per mettersi in cammino lungo la strada che conduce all’uscita del labirinto occorre porre attenzione agli accenti, a quei passaggi minimi che collegano tra loro le nostre interiorità inquiete.
La narrazione è saggia perché non svela il mistero che avvolge Anna, la protagonista del romanzo, quanto piuttosto è attenta a ri-velarlo, perché è attraverso il non detto, mediante l’abbandono della intentio recta della logica (che “è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”) per assumere la intentio obliqua dell’arte (non a caso Anna dipinge, non a caso il libro ospita le opere del pittore contemporaneo Giuseppe Abbati) che è possibile raccontare l’esperienza soggettiva salvaguardando la sua unicità dalla foga dell’industria culturale (o del banale) che niente crea e tutto distrugge.
Per farla breve, Il dinosauro di plastica di Federico Scarioni è un piccolo gioiellino che non aspetta altro se non di essere letto. Come un buon vino, non vi deluderà.


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