Che cosa ha rappresentato, ieri, lo sfogo di Maurizio Landini se non il tentativo di strappare il velo di Maya di una politica, che tragicamente e con l’appassionante operosità complice di un’informazione-propaganda totalmente embedded, costruisce giorno dopo giorno la rappresentazione di una realtà in cui “il tutto è falso e il falso è tutto”, dove non c’è più spazio per la verità? Chiamare le cose con il loro nome, in questo contesto (in cui “non c’è più nessuno che s’incazza, tra tutti gli assuefatti della nuova razza”), diventa un gesto ingenuo e rivoluzionario, quantomeno linguisticamente. Non siamo anatre al foie gras da soffocare quotidianamente a colpi di ”Leopolde”, “hashtag” “#lavoltabuona” e ”#sbloccaItalia”. La realtà non è un tweet o un selfie. Riprendendo Deleuze, ci sarebbe da dirlo forte e chiaro, almeno per oggi: “Un po’ di Landini, sennò soffoco”.