Still life Lorenzo

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Ancora vita, caro Lorenzo. Perché nessun fuoco, nessun incidente, nessuna maledetta lamiera potrà mai portarti via quel che sei anche adesso. Quella tua bontà e tenerezza è un fluire di bene che non si può bloccare. Ancora vita perché sei una di quelle rare persone che chiami “amico” anche se hai condiviso con lui solo un piccolo pezzetto di strada. Continua a sognare, amare, scattare foto, continua a sorridere e a guardare sempre un po’ più lontano. Ciao bello.

Uber, corse gratis e menefreghismo

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Lunedì 30 marzo, giorno di sciopero del trasporto pubblico locale nelle grandi città. Uber a Milano, Torino, Genova e Roma decide di offrire corse gratis. Così la general manager di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini, spiega l’iniziativa, che “si inserisce in un progetto più ampio che favorisce la mobilità sostenibile e integrata e promuove la sharing economy, anche e soprattutto a Milano“.

Un progetto così tanto ampio e condiviso che però non considera minimamente la sostenibilità economica (e sociale) dei dipendenti impiegati nel trasporto pubblico. Anzi, sfrutta il loro disagio, espresso sotto forma di sciopero (tutelato dalla Costituzione), per aumentare i propri clienti. E dunque il proprio giro d’affari. Cosa ci trova di davvero sostenibile in questo modello predatorio e individualista la brillante Arese Lucini? Quella di Uber è una proposta di disgregazione sociale che non tiene conto del quadro complessivo (e complesso) di una comunità (in questo caso di lavoratori nel settore dei trasporti e dei loro utenti) e la spinge a diventare sempre più atomizzata e ignorante. Un esempio di quanto si possa arrivare ad essere egoisti e menefreghisti rispetto a tutto quel che succede attorno. Basta guadagnare, aumentare il fatturato.

E allora la domanda è: come fare per scalzare dalle nostre teste, dai nostri modi di pensare e agire, questo rampantismo imprenditoriale 2.0, tutto app, selfie e social marketing, diretto prodotto del tempo attuale? Non credo proprio che serva intervenire con la forza della legge per “regolamentare” il settore, nel caso specifico, dei trasporti. La malattia è di quelle profonde e curabile solo a patto di rivedere i nostri modi di essere cittadini, di stare al mondo in relazione (non competitiva, ma collaborativa) con gli altri. Se lo vogliamo, possiamo pretendere modelli di società solidali, attente ai bisogni e ai desideri di tutti e non solo di quanti si possono permettere di esercitare forme di dominio sul più debole. E possiamo anche immaginare una comunicazione depurata dall’impronta del mercato a propulsione turbo-capitalista, che ci impone il gergo mercantile (e alienante) proprio dell’industria culturale (gergo in cui la parola “sciopero” è roba vecchia da rottamare, mentre l’espressione “sharing economy” assume un’accezione positiva a prescindere dal contenuto che è ad essa collegato, per il solo fatto di essere inglese e di richiamare lo share dei social network). Una comunicazione finalmente a servizio di tutti e non più strumento nelle mani di pochi, così abili nel manipolare il discorso pubblico e ad occuparne tutti gli spazi, piegandolo ai propri fini commerciali di profitto.


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