Ad maiora cotidie, Jean-Claude Chincheré

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Aosta, Piazza Chanoux, domenica 31 luglio 2016. Jean-Claude Chincheré è presente con la sua mostra fotografica: “Beirut e i rifugiati siriani in Libano”.

Caro Jean-Claude Chincheré, lei ha realizzato un piccolo capolavoro di gentilizza e di splendore, testimonianza di quanto i “vinti” custodiscano nelle loro anime bagliori di verità e di salvezza a noi ormai sconosciuti. I suoi 35 scatti ci permettono di intravedere, di fare esperienza, a distanza, di quella magia, custodita nei volti e negli sguardi di quei bambini, di quella gente. Ad maiora cotidie, Jean-Claude!

Con Donati e Schwazer, per uno sport pulito

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Cosa dire della vicenda Schwazer-Donati che non sia già stato scritto? Niente. E in realtà (quasi) tutto. Perché se il profluvio irriguardoso prodotto dalla maggior parte della stampa nazionale contro il duo è stato pressoché quotidiano (in particolare il primato spetta alla Gazzetta dello Sport, che ha ricoperto il ruolo di chi sa da che parte stare, quella del potere), poco, pochissimo si è detto di ciò che sta attorno al quadraccio a tinte fosche che ci stanno dipingendo. Poco o nulla è stato per esempio raccontato riguardo alla vicenda personale di Sandro Donati, autentico Maestro dello Sport, da sempre in prima fila (quasi) in solitaria a contrastare un sistema marcio e corrotto, i cui vertici nazionali e internazionali sono governati da figuri che hanno da tempo immemore svenduto l’etica sportiva al libero mercato del doping. Non si spiegherebbero altrimenti il doping di Stato dell’era Conconi, le decine di atleti olimpici di primo livello presenti nei suoi file trattati con emotrasfusioni ed EPO e le presidenze CONI sporcate per sempre dalla sopraggiunta prescrizione di Carraro, Gattai e Pescante per associazione per delinquere, truffa sportiva e somministrazione di farmaci nocivi. Così come non sarebbe facile da capire il caso della Di Terlizzi, atleta allenata da Donati nella seconda metà degli anni Novanta e trovata incredibilmente positiva a un controllo antidoping, salvo poi scoprire che la sua provetta era stata manipolata deliberatamente. Un’analogia fin troppo sinistra con la provetta di Schwazer, prima negativa e poi improvvisamente diventata positiva mesi dopo, in mezzo a decine di altri controlli sempre negativi. In tempo utile per non lasciare al marciatore altoatesino nemmeno le prerogative di difendersi come si deve. Una operazione chirurgicamente maldestra nelle modalità d’azione, ma perfetta rispetto agli esiti che si erano prefissi i suoi artefici: bloccare definitivamente Schwazer, che avrebbe probabilmente vinto l’oro a Rio dimostrando al mondo che è possibile trionfare senza ricorrere a pratiche dopanti e soprattutto togliere per sempre dalla circolazione Sandro Donati, le sue denunce pubbliche con nomi e cognomi e le sue inchieste ad ampio raggio che hanno interessato le federazioni di numerosi Paesi. Poco, pochissimo si è detto della IAAF corrotta nei suoi vertici apicali, che di giorno preparava comunicati stampa e dichiarazioni roboanti contro il doping e di notte mercanteggiava lasciapassare in cambio di denaro sonante con i vari comitati olimpici nazionali. La stessa IAAF che in questi mesi ha sottaciuto la cosiddetta positività di Schwazer salvo palesarla a fine giugno, a ridosso del termine ultimo per la presentazione delle liste degli atleti partecipanti alle Olimpiadi di Rio. I silenzi del CONI e della FIDAL, così come le uscite scomposte e piene di bruttissima acredine di alcuni atleti in partenza per i Giochi (primo tra tutti Gianmarco Tamberi, così bravo a decollare in volo tanto quanto a sbrodolare stupidaggini con la bava alla bocca, gonfio di supponenza e di ignoranza rispetto al contesto opaco e omertoso di cui sopra) non lasciano purtroppo presagire molto di buono. Ma se è giusto ritenere che non si dia vita vera in quella falsa, allora è forse normale non aspettarsi granché da un ambiente che davvero poco ha fatto e sta facendo per cambiare sul serio. E allora la battaglia deve continuare, solo spostandosi di poco: nelle aule della Procura della Repubblica di Bolzano, che ha aperto una (seconda) inchiesta per vederci chiaro sulla provetta di Schwazer. In Commissione parlamentare Antimafia, dove Donati è stato ascoltato ieri sulla vicenda. Sul web con la raccolta di firme che chiede di permettere la partecipazione sub iudice di Schwazer a Rio. E poi, ancora, in ogni campo di atletica in cui ci siano allenatori e dirigenti che amino davvero lo sport e i suoi valori di coesione sociale e di autentica crescita individuale e collettiva. Nelle piazze, nelle scuole. Dovunque ci siano persone disposte all’ascolto di una verità non falsificata e incartata a tavolino da mani colpevoli che si muovono, viscide, nell’ombra dell’impunità.

Un mio articolo sul tema doping (anche quello di Stato, con nomi e cognomi), datato agosto 2012, poco dopo la positività di Schwazer ai Giochi di Londra: qui

La raccolta firme perché Schwazer possa partecipare sub iudice alle Olimpiadi di Rio, qui

Un video che spiega le molte incongruenze e i troppi punti oscuri relativi alla seconda positività di Schwazer, qui

Un articolo di Luciano Bagoli, della società milanese Nuova Atletica 87, a sostegno di Donati e Schwazer, qui

Possibilità

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La testa immobile

Più delle gambe

Le sue

Poi a un tratto

Il vento che alza sogni

E sospinge possibilità

Avanzava

E camminando

Era bello guardarsi attorno

Ascoltare nuovi canti

Qualcosa di mai dimenticato

Facce che sanno raccontare

Profumi antichi e saggi

Ora sono qua

Con i piedi su questa terra

Sacra terra

Nessuno può riuscire

A spostarmi

Ma non combatto ormai più

Questa sera ti offrirò una birra

E sono certo

Che ci scapperà da ridere

 

Possibili salvezze a Milano: la Chiesa Ortodossa Romena

Primo piano  Tagged , , , 1 Commento »

Nessun hashtag #bellamilano, #avantimilano. Nessun aperitivo, apericena, brunch, coffee break. Nessun inglesismo né shock cromatico. Niente hipster, barbe, risvoltini, fashion week e food blogger. Niente uomini e donne manichini che inondano i marciapiedi con espressioni sempre più identiche tra loro. Senza vita(lità). Solo un varco possibile che si offre senza strafare a chi sa ancora ben guardare al di là, un po’ più lontano del frullatore milanese così sempre alla moda. Una porta per accedere a una dimensione più profonda, più umana. Senza alcun ritmo. Immobile rispetto al vortice (tanto effimero quanto violento) che prepotente ci ha già abbondantemente condotto alla deriva senza che ce ne accorgessimo. Se tutto si muove, occorre fermarsi. Perché entrare in quella chiesa ortodossa di via De Amicis, a Milano vuol dire lasciare dietro di sé tutta la confusione indistinta e provare a riprendere il proprio personale (e nostro) spazio/tempo. Giungervi come osservatori esterni, ma partecipanti. Cercare di non giudicare ciò che si vede. Lasciarsi interrogare, piuttosto. Ed ecco le icone, i grandi maestri spirituali. La cura artigianale che diviene, magicamente, arte che racconta il tempo. Il pope che arriva e copre il capo dei due avventori con la sua tunica. Mistero e redenzione si compiono proprio lì. “Lei vuole parlare con me?” “No no, grazie” “Allora parli con Dio”. Una possibile via di salvezza per noi milanesi (e per noi “occidentali”), prototipi perfetti di uomini infarciti e tragicamente bulimici di quotidianità vacue non può essere forse questa grande lezione di spiritualità che resiste e attraversa la storia? Proprio qui, proprio a Milano.

Il potere creativo dell’intuizione

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Chi l’ha detto che “con i se e con i ma non si fa la storia”? Ci sono adagi popolari particolarmente fortunati, che accompagnano le nostre vite nel corso del tempo, vanno e vengono come un’onda sul bagnasciuga. Uno di questi è senza dubbio il celeberrimo “con i se e con i ma…”. Ci siamo abituati a recitarlo e a sentircelo ripetere soprattutto in occasione di apparenti occasioni mancate, momenti da cogliere al volo che sono andati persi: “Se avessi provato, se lo avessi saputo…” e subito veniamo interrotti dal richiamo al principio di realtà di chi ci sta intorno: inutile fantasticare, “quel che è stato è stato”, “inutile piangere sul latte versato” e così via. Ma siamo proprio sicuri che sia inutile lasciare, anche solo per un istante, che la nostra mente corra libera a immaginare come sarebbe potuta andare se?

Non di rado capita che le migliori intuizioni ci colgano proprio nei momenti in cui lasciamo viaggiare a briglia sciolta la nostra fantasia immaginativa, che è parente stretta della creatività individuale riposta in ognuno di noi. Non è solo attraverso il percorso retto della logica e della ratio che possiamo arrivare a pianificare obiettivi e raggiungere traguardi personali.

Il varco creativo, non importa in quale ambito di applicazione si manifesti (il ventaglio delle possibilità è sconfinato: pittura, scrittura, musica, cucina, arrampicata, problem-solving, etc.), ha bisogno di intraprendere vie oblique, sganciate dalla consequenzialità del rapporto  causa-effetto a cui siamo tanto affezionati. L’efficientismo, il tutto-subito, il 2+2 uguale 4 non sempre sono i nostri migliori alleati quotidiani. Soprattutto quando si tratta di vedere e di immaginare opportunità che aspettano di essere realizzate.

Ecco che allora fidarci della nostra parte più intuitiva e profonda non significa rottamare secoli di pensiero logico-razionale per abbracciare giulivi chissà quali filosofie hippie, quanto piuttosto recuperare la capacità perduta di guardare oltre quello che già c’è. Per creare percorsi nuovi occorre “leggere ciò che non è mai stato scritto”.

Come ci ricorda Einstein, “tutti sanno che una cosa è impossibile da realizzare, finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la inventa”.

Betsy, siamo merce che cammina

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Uscito più di un anno fa, la sua recensione potrebbe apparire oggi leggermente fuori tempo massimo. In realtà questa non vuole essere propriamente una recensione nel senso classico del termine. E soprattutto la formula dubitativa del condizionale del primo periodo non è affatto di maniera.

Infatti Betsy, il secondo romanzo di Federico Scarioni, pubblicato dalla Libreria Editrice la Memoria del Mondo, è un tentativo di attraversare ironicamente la psicopatologia quotidiana in cui siamo immersi, quella della produzione in serie di prodotti, beni e servizi da acquistare e consumare senza sosta. Il meccanismo dell’industria culturale, scandagliato così bene dalla Scuola di Francoforte nel secolo scorso, che mercifica, reificando, ogni artefatto, dal cibo alle religioni, dai jeans alle relazioni umane. E allora i tempi della recensione classica non possono corrispondere con i tempi della lotta che giorno dopo giorno siamo chiamati a ingaggiare.

Siamo merce che cammina“, si legge tra le pagine di Betsy. E nella trasformazione antropologica da homo faber a uomo reificato che ci vede assoluti protagonisti passivi e contenti, il ruolo che ha assunto nei decenni il marketing ha di gran lunga soppiantato, da tempo, le tradizionali istituzioni formative. La paideia contemporanea che ci riguarda fin da bambini cos’altro è se non una costante e incessante ripetizione di messaggi pubblicitari, pervasivi ora non solo in televisione e sui muri delle città, ma su tutti gli schermi touch dei nostri telefoni? La biopolitica al servizio del mercato non si è mai presa cura di noi con così tanto zelo.

E la corsa all’omologazione del pensiero (e dei pensieri, individuali e collettivi) travolge tutto: anche e soprattutto il linguaggio, imponendo di fatto un inglese non solo (e non tanto) lingua del discorso democratico universale, ma strumento di impoverimento e di banalizzazione concettuale, culturale e, in ultima istanza, spirituale. Provate ad ascoltare parlare ad un aperitivo milanese o ad un convegno qualsiasi: inglesismi sempre nuovi coprono spesso il nulla del significato a cui vorrebbero rimandare l’uditore.

E in questa paurosa povertà esperienziale trova sterminati spazi il linguaggio del marketing delle multinazionali, come nel caso della Victoria Corporation in cui lavora Nicolae Cook, il protagonista di Betsy. Il suo compito è quello di studiare i comportamenti di precise categorie di consumatori, per migliorare sempre di più le performance di vendita dei prodotti a cui questi sono affezionati o per inventarne di nuovi, perfettamente rispondenti ai loro desideri. Nessuno sfugge alla catalogazione: hippy, fanatici religiosi, barboni, star decadute, politici. Tutti sotto la lente premurosa del marketing dell’industria culturale, abilissima nello sfruttare un materialismo terminale che promette l’emancipazione individuale attraverso il puro possesso di oggetti di consumo. In questa gioiosa macchina infernale anche chi studia gli altri si ritroverà a sua volta studiato, in un vortice crescente di colpi di scena senza tregua.

Come si esce allora dal labirinto? Betsy e il suo autore non hanno la soluzione pronta (che sarebbe, in quanto tale, falsa, perché appunto “pronta”, “preconfezionata” proprio come un prodotto da scaffale), ma si esercitano in un movimento di messa a fuoco, che permette di guardare a distanza il problema. Essere coscienti dei meccanismi di condizionamento e di alienazione che costituiscono il favoloso mondo del libero mercato e del marketing può già significare avere in mano gli strumenti per scrivere una storia diversa, dove non si scelga obbligatoriamente di vivere passivamente, seduti attorno ad un tavolo che qualcuno ha già apparecchiato per noi. E che, a ben guardare, non ci piace nemmeno tanto.

 

Sapete cosa vi dico? Che noi contiamo zero, NIENTE. Ecco cosa contiamo: NIENTE. Non siamo noi a scegliere le cose. Sono le cose a scegliere noi. Profitto su profitto su profitto. Carne su carne. Non sono i prodotti a essere acquistati. Siamo noi a essere acquistati. Ecco quello che siamo: PRODOTTI. E siamo i migliori prodotti sul mercato“. BETSY, un Romanzo Pulp di Federico Scarioni, Libreria Editrice la Memoria del Mondo.

C’è già tutto

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E poi d’un tratto gli si aprì davanti il quadro, il dipinto perfetto. Fotografia inaspettata, un’istantanea lunga una vita: c’era già tutto.

C’era lui col suo sorriso, coi suoi slanci umorali e imperfetti, che avrebbe imparato a riconoscere e ad acconsentire. Idee geniali camuffate da cazzate che si dicono al bar, colori tenui e bagliori accecanti, calma e riposo, gioia e dolore. Lampi. Veloci cambi di scena in corsa.

Seguiva il flusso o il flusso seguiva lui. Si erano presi per mano e correvano lungo la via dei campi, quella che se ci vai adesso la ritrovi là, immutabile.

E in tutto ciò lui era come sospeso, a spegnersi col Sole…

Le lacrime di Tania Cagnotto

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Cinque esecuzioni perfette. Dopo anni di rincorsa è saltata là, dove non era arrivata mai: davanti a lei nessun’altra. E questa volta è stata proprio La volta, quella che sembrava sfuggirle sempre all’ultimo soffio, come se ci fosse davvero un destino beffardo a sbarrarle la strada più bella. Fosse un mondiale o (soprattutto) un’olimpiade, c’era sempre qualcosa che sapevi sarebbe arrivato, immancabile, a interrompere il capolavoro, come un quadro a cui viene negata l’ultima pennellata. E tu eri lì con lei ad attendere esattamente quel momento. Ma nessuna congiura astrale ha potuto fermare la bellezza di Tania Cagnotto: determinazione, costanza, umiltà, consapevolezza di sé, gioia di fare quello che fa. La sua è anche un’esortazione a non arrendersi di fronte alla “realtà immutabile” degli eventi: ognuno di noi può essere artefice del proprio cambiamento.

Una vittoria costruita sui fallimenti, visti finalmente come percorso di crescita personale in tutto il loro potenziale creativo ed edificante per il sé individuale: “Ho sempre tentato. Ho sempre fallito. Non discutere. Fallisci ancora. Fallisci meglio”.

Tania Cagnotto d’ora in poi sarà (anche) colei che è riuscita a mettersi dietro le cinesi nella specialità che le vedeva da anni dominatrici incontrastate e incontrastabili. Un po’ come Jury Chechi davanti ai russi nella ginnastica. Entrambi un concentrato di potenza e coordinazione racchiusi in fasci di muscoli orgogliosi di quello che sanno di essere. Perché fallire sempre meglio è la lunga e affascinante strada di ogni sportivo e di ogni uomo per arrivare a vincere. E quelle lacrime sul podio (così vere, conquistate e meritate) rivelano tanto, forse tutto.

Still life Lorenzo

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Ancora vita, caro Lorenzo. Perché nessun fuoco, nessun incidente, nessuna maledetta lamiera potrà mai portarti via quel che sei anche adesso. Quella tua bontà e tenerezza è un fluire di bene che non si può bloccare. Ancora vita perché sei una di quelle rare persone che chiami “amico” anche se hai condiviso con lui solo un piccolo pezzetto di strada. Continua a sognare, amare, scattare foto, continua a sorridere e a guardare sempre un po’ più lontano. Ciao bello.

Uber, corse gratis e menefreghismo

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Lunedì 30 marzo, giorno di sciopero del trasporto pubblico locale nelle grandi città. Uber a Milano, Torino, Genova e Roma decide di offrire corse gratis. Così la general manager di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini, spiega l’iniziativa, che “si inserisce in un progetto più ampio che favorisce la mobilità sostenibile e integrata e promuove la sharing economy, anche e soprattutto a Milano“.

Un progetto così tanto ampio e condiviso che però non considera minimamente la sostenibilità economica (e sociale) dei dipendenti impiegati nel trasporto pubblico. Anzi, sfrutta il loro disagio, espresso sotto forma di sciopero (tutelato dalla Costituzione), per aumentare i propri clienti. E dunque il proprio giro d’affari. Cosa ci trova di davvero sostenibile in questo modello predatorio e individualista la brillante Arese Lucini? Quella di Uber è una proposta di disgregazione sociale che non tiene conto del quadro complessivo (e complesso) di una comunità (in questo caso di lavoratori nel settore dei trasporti e dei loro utenti) e la spinge a diventare sempre più atomizzata e ignorante. Un esempio di quanto si possa arrivare ad essere egoisti e menefreghisti rispetto a tutto quel che succede attorno. Basta guadagnare, aumentare il fatturato.

E allora la domanda è: come fare per scalzare dalle nostre teste, dai nostri modi di pensare e agire, questo rampantismo imprenditoriale 2.0, tutto app, selfie e social marketing, diretto prodotto del tempo attuale? Non credo proprio che serva intervenire con la forza della legge per “regolamentare” il settore, nel caso specifico, dei trasporti. La malattia è di quelle profonde e curabile solo a patto di rivedere i nostri modi di essere cittadini, di stare al mondo in relazione (non competitiva, ma collaborativa) con gli altri. Se lo vogliamo, possiamo pretendere modelli di società solidali, attente ai bisogni e ai desideri di tutti e non solo di quanti si possono permettere di esercitare forme di dominio sul più debole. E possiamo anche immaginare una comunicazione depurata dall’impronta del mercato a propulsione turbo-capitalista, che ci impone il gergo mercantile (e alienante) proprio dell’industria culturale (gergo in cui la parola “sciopero” è roba vecchia da rottamare, mentre l’espressione “sharing economy” assume un’accezione positiva a prescindere dal contenuto che è ad essa collegato, per il solo fatto di essere inglese e di richiamare lo share dei social network). Una comunicazione finalmente a servizio di tutti e non più strumento nelle mani di pochi, così abili nel manipolare il discorso pubblico e ad occuparne tutti gli spazi, piegandolo ai propri fini commerciali di profitto.


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