La pizzeria Wall Street, occasione mancata (finora) per Libera

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Che senso ha l’antimafia sociale se diventa strumento di potere nelle mani di pochi (nel senso di decidere, scegliere e determinare cosa fare, come farlo e a chi tocca farlo), mezzo attraverso cui coltivare relazioni privilegiate con le istituzioni che tagliano sistematicamente fuori chi non è incline alle trattative? La storia della pizzeria Wall Street, ex-quartier generale del clan Coco Trovato fino ai primi anni ’90, non è più solo il racconto della ‘ndrangheta a Lecco.

Perché nel documento predisposto con cura e passione dall’associazione Qui Lecco Libera c’è ben altro: c’è l’esempio di come non si dovrebbe condurre un processo sociale partecipato, di quante occasioni si sono sprecate per allargare un tavolo che, volendo, sarebbe potuto essere più ricco di contributi e di stimoli. E chiama direttamente in causa la ben più famosa (e celebrata) Libera, il suo modo di stare e agire sui territori e la cura che mette in alcune relazioni piuttosto che in altre. (Forse qualche appuntamento in meno di Frigerio&Salluzzo con il sindaco di Lecco e qualche occasione di confronto in più con i ragazzi di Qui Lecco Libera – così come con le altre realtà associative del territorio “non embedded” – avrebbero aiutato. E forse non è ancora troppo tardi per rimediare, se lo si vuole).

La storia della Wall Street (in particolare quella recente degli anni 2011-2015 relativa alla riassegnazione a fini di utilità sociale) sarebbe da far studiare innanzitutto ai giovani di Libera: perché si interroghino criticamente sulle modalità, non di rado poco partecipative, inclusive e “corresponsabili”, attraverso cui i vertici della loro associazione operano, a dispetto della retorica del discorso che riescono a veicolare nei canali mainstream. La speranza è che lì dentro ci siano ancora coscienze giovani, reattive e coraggiose, non appiattite in un conformismo dei buoni che si accontenta di ritrovarsi attorno a periodici aperitivi della legalità e di applaudire emozionato Ciotti, Caselli, Mattiello, Dalla Chiesa, Cozzi, Rando…

Verrà il momento in cui Libera deciderà di guardarsi dentro, apertamente, affrontando le contraddizioni che la attraversano, senza per questo disconoscere quanto di buono ha fatto e continua a fare, come i campi estivi, i percorsi nelle scuole, gli eventi organizzati per esercitare passione civica? Spesso un gesto rivela un atteggiamento di apertura più di molte parole: perché non invitare sul palco il prossimo 21 marzo alla Giornata della memoria e dell’impegno anche qualche realtà antimafia più piccola, ma che si è guadagnata sul campo il diritto di essere ascoltata e accolta (e non per gentile concessione, dall’alto in basso)? Perché non coltivare sui territori, invece di relazioni politico-istituzionali a volte poco partecipate e trasparenti, rapporti di condivisione e reciprocità con quanti già si impegnano per migliorare le cose?

 

Il sito di Qui Lecco Libera

Un articolo critico su Libera, dal sito della Casa della Legalità e della Cultura

Il cervello (all’ammasso) in un selfie?

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Ricordo sempre con grande piacere i momenti in cui, qualche anno fa, frequentavo alla Statale di Milano il corso di Psicologia culturale e ambientale del prof. Paolo Inghilleri. Il suo modo di tenere le lezioni, il ritmo delle spiegazioni e i contenuti esposti avevano il pregio di introdurre gli studenti al nocciolo delle sue ricerche facendo loro percepire la bellezza della scoperta e dello studio. Calma unita a rigore, leggerezza accompagnata a serietà, un’eleganza dello stile mai debordante nella forma.

Uno dei libri che ci aveva dato da preparare era così titolato: “La buona vita. Per l’uso creativo degli oggetti nella società dell’abbondanza“. Una delle tesi descritte nel volume, che mi aveva da subito affascinato, era questa: è possibile, per ogni singolo individuo, accrescere il proprio benessere psicofisico e la qualità delle proprie relazioni sociali e ambientali attraverso la creazione e l’utilizzo degli artefatti (intendendo per “artefatti” tutti quegli enti, materiali o immateriali non esistenti in natura e, dunque, prodotti dall’uomo nel corso del tempo: un libro, una religione, un partito politico, un DVD, etc.).

Il punto che mi affascinava era la lettura non manichea e semplicistica che veniva data dal libro al materialismo, inteso come fabbricazione e utilizzo di oggetti, in un’epoca come la nostra (dell’abbondanza), in cui si creano sempre nuovi articoli tecnologici. Gli oggetti possono quindi essere nostri alleati e non siamo costretti all’abiura se siamo dei soddisfatti e felici utilizzatori/possessori, ad esempio, di uno smartphone. Ecco spiegata la nozione di “materialismo strumentale”, quando cioè usiamo un oggetto (o seguiamo un’ideologia, tifiamo una squadra di calcio, etc.) per realizzare qualcosa che ci aiuta a migliorare la quantità e la qualità delle nostre relazioni con ciò che ci circonda. In una parola, per vivere meglio, in modo pieno (“la buona vita”).

Nel libro veniva raccontato anche il rovescio della medaglia: quando si desidera un oggetto perché dal suo puro possesso dipende l’autorealizzazione del singolo, si ricade nel “materialismo terminale”. La persona che è incline ad avere con gli artefatti un materialismo di tipo terminale tende ad avere una modalità di consumo degli oggetti con il fine ultimo di possederli e di mostrare a sé e agli altri questo possesso. Le energie psichiche vengono assorbite dal desiderio di accumulo di oggetti sempre diversi e nuovi, che spesso rappresentano uno status socialmente desiderabile. Viene meno il tempo per il singolo di arricchire il proprio mondo interno attraverso interazioni affettive e sociali dotate di senso.

Oggi dove dovremmo collocare quel particolare artefatto così di moda che chiamiamo selfie? Si tratta di materialismo strumentale, utile ad aumentare il benessere psicologico personale e la qualità delle nostre relazioni sociali? Oppure i realizzatori seriali di selfie sono in preda ad una compulsione che serve ad accrescere il loro bisogno di affermarsi attraverso l’estrema esposizione di un’immagine sempre uguale perché sempre diversa, tanto finta quanto in posa del sé individuale (materialismo terminale)?

Non mi sto riferendo a chi ogni tanto scatta delle foto, ma a quanti sembrano come rapiti e soggiogati dalla frenesia di fotografare qualsiasi cosa capiti loro a tiro. Dove ogni paesaggio, dal tramonto in collina alle piastrelle bianche del bagno, si trasforma in scenografia perfetta per l’ennesimo selfie di giornata. E condividono tutto immediatamente sui social network, con una serie interminabile di hashtag dai nomi più inverosimili, con lo scopo di apparire nelle ricerche e nelle bacheche di più persone possibile e di ricevere tanti, tantissimi “mi piace”.

Vorrei, adesso, mantenere l’aplomb e il distacco necessario del prof. Inghilleri e cercherò di farlo. Non si tratta qui di condannare nessuno, ma di “fotografare”, questo sì, quello che mi sembra essere un piccolo grande tic della nostra società: “vivere in un selfie“, come ha acutamente osservato qualcuno di recente. Mettere tutte le nostre energie psichiche nella realizzazione dell’autoscatto perfetto, nell’esposizione di immagini del sé statiche e non dialettiche, figlie dell’industria culturale dalle quali sono state generate.

Mi piace pensare che in una ipotetica nuova edizione della “Psicopatologia della vita quotidiana” o de “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” Freud e Benjamin forse dedicherebbero al mondo dei social network e ai selfie qualcosa più di una pagina. In fondo il bisogno di affermazione individuale e di relazioni dotate di senso è alla base del ben-vivere di ogni persona e i selfie evidenziano fortemente questa necessità. Si tratta, come sempre, di utilizzare i nuovi artefatti e non di farsi utilizzare da loro. Servirsene senza paura se sono utili a farci vivere relazioni migliori con le persone a cui teniamo di più. Lasciarli perdere quando ci accorgiamo che stiamo passando pericolosamente il segno.

Ma siamo ancora in grado di avere su noi stessi uno sguardo autocosciente tale da vederci a distanza, criticamente? Oppure assomigliamo un po’ troppo alla signora che si è fatta riprendere dal maestro Barenboim perché, durante l’esecuzione della sonata D845 di Schubert alla Scala, era intenta a fotografare l’orchestra a colpi di flash?

Un po’ di Landini, sennò soffoco

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Che cosa ha rappresentato, ieri, lo sfogo di Maurizio Landini se non il tentativo di strappare il velo di Maya di una politica, che tragicamente e con l’appassionante operosità complice di un’informazione-propaganda totalmente embedded, costruisce giorno dopo giorno la rappresentazione di una realtà in cui “il tutto è falso e il falso è tutto”, dove non c’è più spazio per la verità? Chiamare le cose con il loro nome, in questo contesto (in cui “non c’è più nessuno che s’incazza, tra tutti gli assuefatti della nuova razza”), diventa un gesto ingenuo e rivoluzionario, quantomeno linguisticamente. Non siamo anatre al foie gras da soffocare quotidianamente a colpi di ”Leopolde”, “hashtag” “#lavoltabuona” e ”#sbloccaItalia”. La realtà non è un tweet o un selfie. Riprendendo Deleuze, ci sarebbe da dirlo forte e chiaro, almeno per oggi: “Un po’ di Landini, sennò soffoco”.

Appunto n.1

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Quanto ne sanno oggi i giovani abitanti di Giussago, un piccolo comune nelle campagne pavesi, delle sue mille frazioni presenti da tempo immemore sul territorio? I loro genitori, sempre che ne siano in grado, li avranno mai stimolati alla ricerca? Chi è ancora in grado di saper raccontare storie e aneddoti capaci di trasmettere cultura e magia, nell’epoca magnifica e progressiva della realtà aumentata dai Google Glass?  Non è forse tempo di recuperare la storia dell’Italia rurale, le piccole particolari esperienze collettive che hanno abitato i luoghi dei nostri padri e dei nostri nonni? Non si tratta di fare un esercizio di posa, moralmente buono e giusto. Ricordare ciò che siamo stati significa salvarsi da un futuro che assume sempre più l’immagine di un presente buco nero, dove veniamo risucchiati senza sapere bene chi siamo, da dove veniamo e perché. Ricordare significa allora recuperare ciò che sono state le generazioni precedenti alla nostra senza vergognarsene. Le feste di paese, a volte, quando non corrotte dalle bancarelle di paccottiglie cinesi che portano soldi nelle casse comunali, conservano ancora la magia del rito che perdura nel tempo e lo attraversa. Quella può essere una buona porta d’entrata per riscoprire, seppur parzialmente, lo spirito che animava la cultura contadina dell’Italia preindustriale, quella che c’era prima del boom economico. Certo dobbiamo educarci, abituarci, allenarci a scovare nelle nostre coscienze individuali e collettive le tradizioni che ci appartengono. Si tratta di andare piano e non veloce, di frenare usando il freno d’emergenza della Storia quando tutti intorno schiacceranno solo l’acceleratore. Ma forse vale la pena chiedersi: quale generazione prima della nostra si è trovata di fronte alla difficoltà di recuperare e conservare memoria identitaria secolare andata quasi del tutto perduta in pochi decenni? Quanti in passato hanno visto scivolarsi tra le mani la loro cultura quotidiana con la velocità irrimediabile in cui siamo cresciuti e viviamo? Ecco allora l’importanza che può avere oggi un paziente e operoso lavoro di archeologia culturale che parta dall’indagine dei resti sopravvissuti all’invasione di prodotti e servizi che quella portentosa macchina da guerra che è l’industria culturale partorita dai nostri sistemi democratici e liberali non ci fa mai mancare. Il flaneur contemporaneo deve trasformarsi in archeologo che ausculta i battiti e le vibrazioni dei luoghi e delle culture solo in apparenza marginali che ancora oggi, nonostante tutto, si sforzano testardamente di resistere al magma indifferenziato a cui non vogliono sottostare.

Favola n.1

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Un giorno come un altro, su per il bosco, si incamminò un bambino un po’ annoiato e un po’ curioso. Dopo aver a lungo camminato giunse in vetta, dove si stagliavano imponenti due pini più alti degli altri. In mezzo, un vecchio. Il bambino, sempre curioso e per nulla annoiato, si avvicinò senza timore al vecchio e gli chiese: “Caro amico mio, vedo che sei una persona che ha molto vissuto e molto sofferto. Voglio chiederti questo: dimmi una cosa importante che hai capito nel corso della tua vita, quella che vuoi tu. Io sono qui e ti ascolto”. Il vecchio si sedette tra i due pini, incrociò le gambe legnose e disse: “Rispetta te stesso, perdona te stesso, apprezza te stesso e ama te stesso come vuoi che gli altri facciano con te”. Il bambino ascoltò molto attentamente le parole del vecchio e poi gli chiese: “Tutto qui?” “TUTTO qui”, rispose il vecchio. E mentre iniziavano a piovere gocce pesanti dal cielo, il bambino volse le spalle, riconoscente, al vecchio e si avviò verso casa.

Per cambiare il mondo devi saperlo spiegare al tuo benzinaio

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Caro/a attivista,
Caro/a volontario/a del vasto mondo del terzo settore,

So che da anni ti impegni tanto, tantissimo, per cambiare il mondo, questa valle di lacrime dove vedi tante ingiustizie, pochi ricchi sempre più ricchi e tanti poveri sempre più poveri. Ti stimo per quello che fai e apprezzo la tua buona volontà. Però diciamocelo, qualcosa non va se continui a ripetere che “non c’è più la partecipazione di una volta” e che “la gente se ne frega di quello che gli proponi, la nostra società è individualista”. Certo, le cose non vanno proprio alla grande, hai ragione…ma ti è mai venuto il dubbio che sia anche colpa tua, del tuo linguaggio e del tuo modo di pensare se le persone non ti seguono?
Beckett diceva che non c’è più niente da dire, eppure continuiamo a parlarci, senza in realtà trasmetterci nulla di veramente importante e innovativo, perchè tutto è già stato detto. Quell’irlandese scorbutico, secondo me, ci aveva visto giusto. Io non ti voglio proporre di smettere di parlare, ma di comunicare meglio di quanto adesso tu faccia. Vuoi davvero cambiare il mondo? E allora inizia da qui…
Usa parole semplici e comprensibili.
Non appesantire i discorsi: se puoi spiegare un concetto in 2 minuti, impiega 2 minuti.
Parla anche di casi concreti.
Ricordati che funziona molto riportare esperienze personali.
Occhio alle parole inglesi (in generale quelle straniere): vanno bene solo quelle che sono ormai entrate nell’uso quotidiano di noi italiani (anche del pensionato che è sempre davanti a te dal medico).
Ricordati che l’attenzione delle persone è limitata ad un massimo di 15 minuti (se sei bravissimo. E tu non lo sei).
Sappi che di tutti i discorsi che la gente sente, generalmente non resta poi niente alla fine della discussione.
Concentrati su poche parole chiave sulle quali vuoi articolare il tuo intervento.
Preparati 1/2 frasi ad effetto da dire, saranno quelle che colpiranno il tuo uditorio e che (forse) verranno ricordate.
Ricordati sempre che il tuo target deve poter coprire anche le fasce culturalmente meno erudite della popolazione.
Fai una prova: pensa sempre di esporre il tuo discorso al barista sotto casa, o al tuo benzinaio. Se ritieni che ti possano mandare a quel paese dopo pochi secondi, c’è qualcosa (tutto) da rivedere.
Pensa così: ogni parola che utilizzo nel mio discorso deve essere di uso quotidiano per la signora della tintoria dove va mia nonna.
Invece di lamentarti delle multinazionali che fregano le persone attraverso le loro campagne pubblicitarie e i loro spot tv (cosa in ogni caso vera)…impara da loro! Usa parole semplici, slogan comprensibili per veicolare il tuo messaggio.
Sappi che NON è colpa dell’ignoranza della casalinga di Voghera se lei non capisce le tue fantastiche idee. È solo colpa del tuo linguaggio universitario astratto (o da vecchia sinistra più nostalgica dei nostalgici di Salò) che non è in grado di descrivere situazioni concrete quotidiane.
“Parla come mangi” non è uno slogan che serve agli zoticoni per giustificare la loro ignoranza rispetto alla tua sapienza. È invece esattamente il tuo obiettivo per diventare finalmente un comunicatore in grado di parlare alle masse. (A meno che tu non voglia veramente continuare a parlare sempre e solo con il tuo mondo culturale/ideologico di riferimento. Ma pensi davvero di poter “cambiare il mondo” se non riesci a farti capire dalla maggioranza delle persone?).
Infine individua dei modelli di riferimento vincenti ai quali pensare nei momenti bui in cui pensi di essere Cacciari. I più grandi comunicatori degli ultimi 20 anni, in grado cioè di parlare alle masse italiche sono gente come Vasco Rossi, Wanna Marchi, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo, Linus, Paolo Bonolis, Roberto Benigni, Fiorello. Loro sono i tuoi maestri, basta solo che adatti il TUO contenuto al LORO modo di comunicazione (Attento: non ti sto dicendo di comunicare come Wanna Marchi, ma di studiare il suo modello comunicativo per capirne i punti forti che le hanno permesso di affermarsi nell’immaginario nazionalpopolare italiano vendendo scioglipancia in televisioni private da retrobottega. Un po’ quello che ha fatto Umberto Eco con Mike Bongiorno).

NB: Quando avrai re-imparato a dire “se la cosa funziona” invece di “nel caso in cui il modello di riferimento adottato non dia evidenza di criticità”, non dare ascolto a chi ti taccerà di populismo blaterando di appiattimentoculturalemassmediaticoindottodalmarketing. Le cose più semplici, sono le più belle e le più vere perché riescono ad arrivare a tutti, dal più dotto professore della Normale di Pisa al camionista che incontri all’Autogrill. Semplice non è mai uguale a banale. La tua bravura sta nel riuscire a comunicare la complessità usando parole, concetti e frasi chiare e immediatamente comprensibili. Devi destrutturare il tuo modo di comunicare (e di pensare) abbandonando il linguaggio che ti sei sforzato di acquisire nei tuoi anni liceali e universitari. Tutto quello che non arriva al tuo parrucchiere in modo diretto e chiaro è da rivedere da capo. Facile? No. O almeno non sempre. Ma francamente penso che tu non abbia scelta. Ah, ultimo suggerimento: tra quelli da studiare, mettici pure don Lorenzo Milani e Pier Paolo Pasolini (ma evita come i vampiri fanno con l’aglio i loro tristissimi falsi epigoni, quelli che li citano ogni giorno su Facebook…tieniti lontano anche dai luoghi “istituzionali” che li ricordano come mostre, musei, commemorazioni pubbliche organizzate in occasione degli anniversari). Loro qualcosa sulla comunicazione “popolare” lo avevano capito.

Caro Nando, e adesso? Lettera aperta a Nando Dalla Chiesa

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E adesso che lo hai fatto scoppiare, caro Nando, questo bubbone, questo “circo dell’antimafia“? Cosa succede? Cosa resta (resterà)? Adesso che immagino già che ci si appresti a schierarsi l’un contro l’altro armati a difesa di questo e di quello, come la mettiamo? Benjamin diceva che all’uomo non resta che costruire dalle macerie, per farne venire fuori qualcosa di decente. Non è quindi detto che sia un male che il “bubbone” sia scoppiato. Ma dopo averlo fatto esplodere, caro Nando, sei pronto a ricostruire dalle macerie? Te lo chiedo perché dopo che ho letto il tuo articolo, mi sono iniziate a girare in testa un po’ di cose. Nel frattempo, alcuni miei amici che da anni si impegnano nella lotta alle mafie (anche dentro Libera, per dire), mi scrivono sbigottiti, incazzati, increduli. Con la tentazione di mollare tutta la compagnia. Anche tu, più di me e di loro, sarai stato arrabbiato e incredulo, ci mancherebbe. Però credo che a questo loro sbigottimento, oltre e forse prima che al tuo, si debba cercare di dare una risposta. La cosa più scontata che si potrebbe dire è che è facile “fare scoppiare”, il difficile viene dopo.
Il difficile lo vedo già adesso, caro Nando, dopo il tuo attacco frontale a Giulio Cavalli, dipinto come il primo cretino che passa per strada in cerca di visibilità, come quasi una Rosy Canale del Lodigiano. Ne sei proprio sicuro? Non mi metterò a fare l’elogio di Giulio, di cui conosco un po’ sia i pregi che i difetti. Mi piacerebbe però che si evitasse di mandare definitivamente tutto in vacca. Se è vero che il mondo dell’antimafia sociale, ultimamente, si è “allargato” un po’ troppo, come tu stesso spieghi, è altrettanto opportuno distinguere per non confondere. “Distinguere per non confondere”, quante volte, quante volte Nando, agli incontri di Libera abbiamo sentito don Luigi ripeterci questo adagio? Distinguere per non confondere.
Nulla è perfetto, questo lo sappiamo. Alcune cose non funzionano: troppi libri, troppi convegni sulle mafie, troppi protocolli siglati che non incidono davvero. Sempre lo stesso Ciotti da anni dice che servono “meno parole e più fatti”. Io aggiungerei che servirebbero parole giuste, umane, non belligeranti. Credo ci voglia più mitezza, più voglia di capire le persone cercando di mettersi nei loro panni. Evitando condanne e anatemi. In generale e nello specifico. Per cui mi piacerebbe che il tuo articolo passasse così, senza ferire troppo nel profondo chi non si capacita di tutto ciò. Tu Nando, con la tua autorevolezza, la tua esperienza, sei una ricchezza per il mondo dell’antimafia, lo dico perché ne sono convinto. Libera è una perla preziosa, bellissima, che riesce ogni volta a parlare a moltissime persone (e a molti giovanissimi). Ma anche altre associazioni che cercano, nel loro piccolo, di fare qualcosa di buono, meritano attenzione e rispetto. E cura. Non di essere liquidate come le hai liquidate tu. Perché anche dentro lì c’è del buono, c’è molto di buono, anche se non fanno parte del “noi” ufficiale di Libera. Per esempio, conosci i giovani che fanno parte di quelle associazioni che tu ridicolizzi (“ineffabili associazioni”), che animano da anni serate dense di impegno in quel Bresciano così sonnolento? Distinguere per non confondere. Poi si sbaglia, ma si sbaglia tutti, non solo qualcuno. Perché ci deve pur essere qualcosa da sistemare anche nell’antimafia buona (mica quella da circo, quella dei Cavalli, e delle associazioni di serie B), se Frediano Manzi è finito come è finito (ma forse si è sempre in tempo per recuperare, almeno lo spero). So bene che anni e anni fa Manzi era “ospite” nella sede di Libera presso le Acli. Però so ancora meglio che, dopo che sono venuti a galla i problemi (di Manzi, con certi ambienti e con la legge), Manzi è stato scaricato in fretta dal “noi”. Ma che razza di noi è quello che prende solo le cose tutte belline? Vedi Nando, per me il caso di Manzi è un caso da studiare. Da mettere all’ordine del giorno, al primo punto, nelle vostre riunioni dell’Ufficio di presidenza, in uno dei vostri seminari di Libera. Partendo da quelli che organizzate coi giovani d’estate. Non raccontategli solo delle storie o tutte bianche o tutte nere. Non fategli sentire solo Mattiello. Parlate loro anche di Frediano, raccontate dei tanti, troppi Manzi che ci si è dimenticati, lasciati indietro perché sporchi, perché a metà tra il bianco e il nero, provenienti dalla zona grigia, ma mica quella dei “colletti bianchi” pieni di soldi, quanto piuttosto della zona grigia “popolare”, popolana, diciamo pure “di massa”, in cui galleggiano tantissimi (milioni?) di italiani. Che non meritano certo di essere esclusi a priori da quel “noi”, a volte leggermente accomodato su se stesso e sulle sue icone tutte vestite di bianco lindo (tra le quali ci sei anche tu, Nando, a proposito di quanto hai scritto tu stesso sulla “mitologia” e sugli “eroi”), solo perché hanno sbagliato.
Tutto questo pippotto l’ho buttato giù nella speranza che si eviti, almeno questa volta, di dividersi in fazioni ridicole, tra chi ha ragione e chi ha torto, in una realtà così “complessa e composita” (Mattiello dixit) come inevitabilmente è quella dell’antimafia sociale. La sfida forse potrebbe essere questa, per tutti: riusciamo a creare, a concepire, anche solo nelle nostre teste, un insieme di persone che si ritrovi unito per un solo grande obiettivo (sconfiggere le mafie), senza guardare se il nostro vicino ha la camicia con la macchiolina più grande della mia? Che tenga insieme i don Ciotti e gli scout con gli spiriti liberi e inquieti come Giulio Cavalli? E che chieda di unirsi alla lotta anche ai tanti Frediano Manzi sparsi per l’Italia, invece di condannarli dal grigio in cui si trovano al nero dell’abbandono e dell’indifferenza? In una parola, vivere, ogni giorno di più, da riconciliati.
Adesso che il bubbone lo hai fatto scoppiare, riesci, riusciamo, a fare venire fuori tutti insieme qualcosa di decente, anzi di profondamente umano e di bello?

Il dinosauro di plastica

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Il dinosauro di plastica, romanzo d’esordio di Federico Scarioni (che è anche mio amico), mi è subito stato simpatico al primo colpo d’occhio. 100 pagine scarse. Per me che non sono un grande lettore, soprattutto tendo a iniziare e non finire, accumulare e non concludere, non è poco.
E poi chi l’ha detto che un romanzo deve essere un mattone? In questo senso, Il dinosauro di plastica e il suo autore sembra abbiano appreso la lezione di maestri come Benjamin, Adorno, Beckett, dove il minus dicere è uno dei pochi strumenti in mano allo scrittore per evitare di ripetere sempre la stessa storia e la stessa immagine, proprio perché “tutto è già stato detto”.
La prosa scorre via semplice e mai banale, senza spocchia e senza rincorrere velleità barocche e intellettualoidi. La trama trova la sua forza in una staticità solo apparente. Si tratta di una staticità dinamica, dove la fine è nel principio e per mettersi in cammino lungo la strada che conduce all’uscita del labirinto occorre porre attenzione agli accenti, a quei passaggi minimi che collegano tra loro le nostre interiorità inquiete.
La narrazione è saggia perché non svela il mistero che avvolge Anna, la protagonista del romanzo, quanto piuttosto è attenta a ri-velarlo, perché è attraverso il non detto, mediante l’abbandono della intentio recta della logica (che “è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”) per assumere la intentio obliqua dell’arte (non a caso Anna dipinge, non a caso il libro ospita le opere del pittore contemporaneo Giuseppe Abbati) che è possibile raccontare l’esperienza soggettiva salvaguardando la sua unicità dalla foga dell’industria culturale (o del banale) che niente crea e tutto distrugge.
Per farla breve, Il dinosauro di plastica di Federico Scarioni è un piccolo gioiellino che non aspetta altro se non di essere letto. Come un buon vino, non vi deluderà.

Buuondì Lidia Levi! E grazie davvero

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Lidia Levi_Liceo Tito Livio“Buuondì! Preparatevi che domani farete un tesst!”. La porta si aprì e si chiuse in una manciata di secondi, interrompendo d’improvviso la lezione in corso, giusto il tempo di ricevere la sua comunicazione per l’imminente “tesst” del giorno dopo. Lei era Lidia Levi, indimenticata e indimenticabile professoressa di greco e latino al liceo classico Tito Livio di Milano. E quello fu il suo inimitabile modo di presentarsi a noi studenti, al primo giorno della prima liceo, ancora abituati allo scartamento ridotto del ginnasio.
Con quel primo tesst (che fu una vera ecatombe di 2, 3, 4 e così via, si salvò solo Andrea B. con un insperato 6) si inaugurarono per noi due anni speciali, fatti di momenti che ripensati oggi, a qualche anno di distanza, non possono che fare bene.
Vedendola per caso in giro, non ti saresti certo immaginato che forza della natura si potesse nascondere dentro quel piccolo corpo compatto così fiero di sé.
Lidia Levi se n’è andata poche settimane fa e chissà quanti ex-studenti avrebbero voluto salutarla un’ultima volta pieni di gratitudine. Sì, perché Lidia ha lasciato il segno, ha colpito e toccato le corde dell’animo attraverso la sua passione per l’insegnamento. Si è fatta sentire per molti anni la sua presenza autorevole tra i corridoi e le aule del Tito Livio.
Che dire, una persona straordinaria! Leggendaria la sua pragmaticità e la sua organizzazione. Indimenticabile la sua agenda rossa che andava a riempire giorno dopo giorno di interrogazioni, versioni, tesst, letture dei classici. Ogni inizio anno era lei che si occupava di incasellare ore, giorni, professori e sezioni per stendere il calendario dell’intero liceo, facendo coincidere tutto e regalando a tutti il tanto atteso “orario definitivo”. Lei, che non riuscivi mai a tenerla ferma, sempre brillante e acuta in aula, andava e veniva da casa a scuola con la bicicletta e la sua pedalata lunghissima, quando la maggior parte dei suoi colleghi, certo più giovani anagraficamente, preferivano il tram, quando non l’automobile o lo scooter.
E ci stupì una volta di più quando, dopo che si ruppe, sciando, tibia e perone, si presentò in classe a distanza di poche settimane in carrozzina, registro in mano e gamba steccata, subito pronta a riprendere il programma da dove lo aveva lasciato. Come se nulla, ma proprio nulla, fosse successo, dopo l’immancabile e fulmineo “Buuondì!”, riprese le redini della situazione, dopo l’incolore supplenza della professoressa di italiano.
Non era facile, tutt’altro, arruffianarsela. Era anzi una missione impossibile. Al contrario di altri insegnanti, con cui bastava capire i rispettivi “punti deboli” e giocare su quelli per avere la loro condiscendenza e magari divenire i loro “prediletti”, con la prof Levi la celeberrima e odiata categoria dei “lecchini” rimaneva spiazzata. I valori individuali degli studenti venivano rispettati e riconosciuti, barare era molto difficile, il suo metro di giudizio era tutto basato sulla sostanza e per niente sull’apparenza. Il suo carattere asciutto e deciso faceva il resto. Ma Lidia era la più ostinata quando si trattava di aiutare chi restava indietro, quelli da 2, 3, 4 fisso nelle versioni. Se qualcuno mostrava segni di scoraggiamento, interveniva lei con i suoi esercizi di recupero, differenziati da studente a studente. Ed era meticolosa nel verificare che le consegne venissero eseguite da tutti, per primi da quelli che avevano più difficoltà. Non “regalava” nulla, ma faceva di tutto perché migliorassero anche solo un po’. A ripensarci adesso, la sua era davvero una specie di lotta, di missione civile contro le ineguaglianze e le differenze che la scuola dovrebbe ridurre. Ma soprattutto il suo insegnamento era questo: mai compiangersi, mai lasciarsi andare di fronte alle situazioni difficili, vietato scoraggiarsi. Una tempra fuori dal comune la sua, un po’ come quella dei Greci a Salamina contro l’esercito apparentemente invincibile dei Persiani. Come dimenticare la serie scolastica edita da Laterza “Leggere in latino“, curata direttamente da lei, attraverso cui migliaia di alunni hanno conosciuto Orazio, Livio, Cesare, Cicerone, Catullo, Seneca? Se volete conoscere il metodo di lavoro di Lidia Levi, cercate lì. Sfogliate quei quadernetti pieni di suoi commenti ai testi, di note a margine che hanno il merito di metterti subito in contatto con la mente e lo spirito dell’autore più di molte letterature specializzate.
Non era retorica Lidia, non le servivano troppe parole per comunicare con i suoi studenti, a cui bastava il suo esempio, la sua totale abnegazione. Era uno spettacolo sentirla leggere in metrica l’Iliade e l’Odissea, sembrava cantasse al ritmo antico degli aedi.
Seria, ma a dispetto delle apparenze era sempre pronta a “giocare” con la sua immagine autorevole, come quando, passata dalla carrozzina alle stampelle, accoglieva i genitori a ricevimento con il registro scolastico in bocca come un hamburger, avendo le mani occupate dai ferri che la sorreggevano. Nessun formalismo borghese, ecco.
Io, che nelle versioni non ero certo un genio (recuperavo però con la letteratura), mi vedevo sempre gabbato da Lidia: ogni volta che c’era la consegna delle versioni che aveva corretto, iniziava la restituzione chiamandoci per cognome alla cattedra, partendo dal voto più basso, che pronunciava distintamente e con grande nettezza e velocità come suo solito, via via a salire verso i 7, gli 8 e i rarissimi 9. Si iniziava con i 2, i 2 e mezzo, i 3, i 3 al 4, su su fino al fatidico: “E adesso veniamo alle sufficienze!”. Io, che non ero stato ancora chiamato e già pregustavo la mia piccola vittoria per una sufficienza piena e sudatissima, mi vedevo beffato dal suo: “Cullati! 5 al 6!”. Una sufficienza, ma sempre claudicante. Ogni volta così, sembrava che si divertisse a giocarmi questo scherzetto. O anche quando doveva scegliere chi interrogare e scorreva su e giù l’elenco dei nostri nomi sul registro di classe e andava con il dito prima su un cognome, poi sull’altro, accompagnando quegli interminabili secondi con un mantra ad alta tensione: “Vediamo chi potrebbe venire.. potrebbe venire… potrei chiamare, vediamo… adesso potrei chiamare… CULLATI!!!”. E il bello era che mi aveva chiamato appena poche lezioni prima. “Cullati!!”.
Se ne andò in pensione quando noi dovevamo iniziare il quinto anno di superiori, la terza liceo, affidandoci a quella che era stata una sua allieva, la brava Paola Schirripa. Per tutto l’anno non si fece praticamente più vedere, come era giusto che fosse, ma era come se ci seguisse da lontano. In fondo, sia noi che la nuova prof eravamo tutti suoi studenti. Ma con l’ennesimo colpo di genio, si rifece viva nell’aprile 2006. La vedemmo arrivare dalla finestra della nostra classe che si affacciava sul cortile della scuola, con un piglio più baldanzoso del solito, quasi volesse contenere l’allegria. Portava buone notizie, quella mattina: dopo una notte epica, i conteggiatori dei voti avevano decretato la vittoria, risicatissima, della coalizione guidata da Romano Prodi su quella capeggiata da Silvio Berlusconi. Per noi fu festa doppia, anzi tripla: l’odiato Silvio era stato sconfitto, era venuta a trovarci la Levi e, cosa per niente irrilevante, sapevamo che avremmo perso una parte della lezione in corso.
Quando mi hanno detto che Lidia non c’era più ho cercato di immaginare come avesse trascorso le sue ultime settimane. Ancora una volta la piccola grande donna aveva dato una lezione a tutti, semplicemente con il suo esempio: prima di andarsene nel sonno della notte, aveva tenuto fino all’ultimo giorno lezioni pomeridiane di letteratura greca al gruppo di appassionati che la seguiva. Aveva perso il marito pochi giorni prima. A chi l’aveva incontrata in quel periodo così duro disse: “Non preoccuparti, io lotterò fino alla fine”. E fino all’ultimo secondo non ha mai smesso di trasmettere la sua passione di insegnante, miglior esempio di donna che ha saputo essere dalla parte degli ultimi senza cedere un solo istante alla retorica e all’autocelebrazione. Viva e innamorata della vita sempre e comunque, fino in fondo.
E ora sarebbe bello se il Tito Livio, i suoi ex-colleghi e i suoi numerosissimi ex-studenti riuscissero insieme a trovare un modo per ricordarla e tenere vivo il suo esempio, in modo creativo e, ovviamente, per nulla retorico.

Buuondì Lidia Levi! E grazie davvero.

Dum loquimur, fugerit invidia
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

PS/1. Una prova della sua essenzialità comunicativa, dove conta la sostanza. L’esempio al posto di molte (troppe) parole. (Il suo intervento è in fondo all’articolo).

PS/2. Una sua intervista su Repubblica riguardo al nuovo Esame di Stato (marzo 2002).

PS/3. Il ricordo di alcuni suoi colleghi ed ex-studenti.

AGGIORNAMENTO: oggi, venerdì 12 settembre 2014, durante l’evento d’inaugurazione dell’anno scolastico, è stata intitolata la biblioteca del Tito Livio alla prof.ssa Levi (che aveva deciso di lasciare la sua collezione libraria al liceo, a testimonianza della sua passione per l’insegnamento mai affievolitasi nel corso del tempo). Presenti i famigliari,  suoi ex-colleghi e diverse generazioni di suoi ex-studenti, ognuno dei quali ne ha tratteggiato il proprio ricordo. Ero presente anche io e ho letto il pezzo di cui sopra (con qualche leggero taglio). Che dire…è stata davvero una occasione preziosa, sentita e non retorica (come sarebbe piaciuto a lei) per ricordare il suo spirito, sempre presente in ognuno di noi.

L’Agenda Gesualdi

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E’ la proposta del Centro Nuovo Modello di Sviluppo, che da tempo studia soluzioni alternative al nostro modello economico, che produce (e accresce) grandi ingiustizie sociali e provoca danni (a volte definitivi) all’ambiente.
Una delle persone del Centro è Francesco Gesualdi, allievo di don Lorenzo Milani a Barbiana.
E se avesse ragione lui? E se la vera Agenda per cambiare l’Italia e riformare l’Europa non fosse quella di Monti, ma l’Agenda Gesualdi?
La trovate qui.


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