Il cervello (all’ammasso) in un selfie?

Primo piano  Tagged , , , , , , , , 1 Commento »

Ricordo sempre con grande piacere i momenti in cui, qualche anno fa, frequentavo alla Statale di Milano il corso di Psicologia culturale e ambientale del prof. Paolo Inghilleri. Il suo modo di tenere le lezioni, il ritmo delle spiegazioni e i contenuti esposti avevano il pregio di introdurre gli studenti al nocciolo delle sue ricerche facendo loro percepire la bellezza della scoperta e dello studio. Calma unita a rigore, leggerezza accompagnata a serietà, un’eleganza dello stile mai debordante nella forma.

Uno dei libri che ci aveva dato da preparare era così titolato: “La buona vita. Per l’uso creativo degli oggetti nella società dell’abbondanza“. Una delle tesi descritte nel volume, che mi aveva da subito affascinato, era questa: è possibile, per ogni singolo individuo, accrescere il proprio benessere psicofisico e la qualità delle proprie relazioni sociali e ambientali attraverso la creazione e l’utilizzo degli artefatti (intendendo per “artefatti” tutti quegli enti, materiali o immateriali non esistenti in natura e, dunque, prodotti dall’uomo nel corso del tempo: un libro, una religione, un partito politico, un DVD, etc.).

Il punto che mi affascinava era la lettura non manichea e semplicistica che veniva data dal libro al materialismo, inteso come fabbricazione e utilizzo di oggetti, in un’epoca come la nostra (dell’abbondanza), in cui si creano sempre nuovi articoli tecnologici. Gli oggetti possono quindi essere nostri alleati e non siamo costretti all’abiura se siamo dei soddisfatti e felici utilizzatori/possessori, ad esempio, di uno smartphone. Ecco spiegata la nozione di “materialismo strumentale”, quando cioè usiamo un oggetto (o seguiamo un’ideologia, tifiamo una squadra di calcio, etc.) per realizzare qualcosa che ci aiuta a migliorare la quantità e la qualità delle nostre relazioni con ciò che ci circonda. In una parola, per vivere meglio, in modo pieno (“la buona vita”).

Nel libro veniva raccontato anche il rovescio della medaglia: quando si desidera un oggetto perché dal suo puro possesso dipende l’autorealizzazione del singolo, si ricade nel “materialismo terminale”. La persona che è incline ad avere con gli artefatti un materialismo di tipo terminale tende ad avere una modalità di consumo degli oggetti con il fine ultimo di possederli e di mostrare a sé e agli altri questo possesso. Le energie psichiche vengono assorbite dal desiderio di accumulo di oggetti sempre diversi e nuovi, che spesso rappresentano uno status socialmente desiderabile. Viene meno il tempo per il singolo di arricchire il proprio mondo interno attraverso interazioni affettive e sociali dotate di senso.

Oggi dove dovremmo collocare quel particolare artefatto così di moda che chiamiamo selfie? Si tratta di materialismo strumentale, utile ad aumentare il benessere psicologico personale e la qualità delle nostre relazioni sociali? Oppure i realizzatori seriali di selfie sono in preda ad una compulsione che serve ad accrescere il loro bisogno di affermarsi attraverso l’estrema esposizione di un’immagine sempre uguale perché sempre diversa, tanto finta quanto in posa del sé individuale (materialismo terminale)?

Non mi sto riferendo a chi ogni tanto scatta delle foto, ma a quanti sembrano come rapiti e soggiogati dalla frenesia di fotografare qualsiasi cosa capiti loro a tiro. Dove ogni paesaggio, dal tramonto in collina alle piastrelle bianche del bagno, si trasforma in scenografia perfetta per l’ennesimo selfie di giornata. E condividono tutto immediatamente sui social network, con una serie interminabile di hashtag dai nomi più inverosimili, con lo scopo di apparire nelle ricerche e nelle bacheche di più persone possibile e di ricevere tanti, tantissimi “mi piace”.

Vorrei, adesso, mantenere l’aplomb e il distacco necessario del prof. Inghilleri e cercherò di farlo. Non si tratta qui di condannare nessuno, ma di “fotografare”, questo sì, quello che mi sembra essere un piccolo grande tic della nostra società: “vivere in un selfie“, come ha acutamente osservato qualcuno di recente. Mettere tutte le nostre energie psichiche nella realizzazione dell’autoscatto perfetto, nell’esposizione di immagini del sé statiche e non dialettiche, figlie dell’industria culturale dalle quali sono state generate.

Mi piace pensare che in una ipotetica nuova edizione della “Psicopatologia della vita quotidiana” o de “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” Freud e Benjamin forse dedicherebbero al mondo dei social network e ai selfie qualcosa più di una pagina. In fondo il bisogno di affermazione individuale e di relazioni dotate di senso è alla base del ben-vivere di ogni persona e i selfie evidenziano fortemente questa necessità. Si tratta, come sempre, di utilizzare i nuovi artefatti e non di farsi utilizzare da loro. Servirsene senza paura se sono utili a farci vivere relazioni migliori con le persone a cui teniamo di più. Lasciarli perdere quando ci accorgiamo che stiamo passando pericolosamente il segno.

Ma siamo ancora in grado di avere su noi stessi uno sguardo autocosciente tale da vederci a distanza, criticamente? Oppure assomigliamo un po’ troppo alla signora che si è fatta riprendere dal maestro Barenboim perché, durante l’esecuzione della sonata D845 di Schubert alla Scala, era intenta a fotografare l’orchestra a colpi di flash?

Il dinosauro di plastica

Primo piano  Tagged , , , , , , Commenti disabilitati

Il dinosauro di plastica, romanzo d’esordio di Federico Scarioni (che è anche mio amico), mi è subito stato simpatico al primo colpo d’occhio. 100 pagine scarse. Per me che non sono un grande lettore, soprattutto tendo a iniziare e non finire, accumulare e non concludere, non è poco.
E poi chi l’ha detto che un romanzo deve essere un mattone? In questo senso, Il dinosauro di plastica e il suo autore sembra abbiano appreso la lezione di maestri come Benjamin, Adorno, Beckett, dove il minus dicere è uno dei pochi strumenti in mano allo scrittore per evitare di ripetere sempre la stessa storia e la stessa immagine, proprio perché “tutto è già stato detto”.
La prosa scorre via semplice e mai banale, senza spocchia e senza rincorrere velleità barocche e intellettualoidi. La trama trova la sua forza in una staticità solo apparente. Si tratta di una staticità dinamica, dove la fine è nel principio e per mettersi in cammino lungo la strada che conduce all’uscita del labirinto occorre porre attenzione agli accenti, a quei passaggi minimi che collegano tra loro le nostre interiorità inquiete.
La narrazione è saggia perché non svela il mistero che avvolge Anna, la protagonista del romanzo, quanto piuttosto è attenta a ri-velarlo, perché è attraverso il non detto, mediante l’abbandono della intentio recta della logica (che “è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere”) per assumere la intentio obliqua dell’arte (non a caso Anna dipinge, non a caso il libro ospita le opere del pittore contemporaneo Giuseppe Abbati) che è possibile raccontare l’esperienza soggettiva salvaguardando la sua unicità dalla foga dell’industria culturale (o del banale) che niente crea e tutto distrugge.
Per farla breve, Il dinosauro di plastica di Federico Scarioni è un piccolo gioiellino che non aspetta altro se non di essere letto. Come un buon vino, non vi deluderà.


WordPress Theme & Icons by N.Design Studio. WPMU Theme pack by WPMU-DEV.
Entries RSS Comments RSS Accedi