Con Donati e Schwazer, per uno sport pulito

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Cosa dire della vicenda Schwazer-Donati che non sia già stato scritto? Niente. E in realtà (quasi) tutto. Perché se il profluvio irriguardoso prodotto dalla maggior parte della stampa nazionale contro il duo è stato pressoché quotidiano (in particolare il primato spetta alla Gazzetta dello Sport, che ha ricoperto il ruolo di chi sa da che parte stare, quella del potere), poco, pochissimo si è detto di ciò che sta attorno al quadraccio a tinte fosche che ci stanno dipingendo. Poco o nulla è stato per esempio raccontato riguardo alla vicenda personale di Sandro Donati, autentico Maestro dello Sport, da sempre in prima fila (quasi) in solitaria a contrastare un sistema marcio e corrotto, i cui vertici nazionali e internazionali sono governati da figuri che hanno da tempo immemore svenduto l’etica sportiva al libero mercato del doping. Non si spiegherebbero altrimenti il doping di Stato dell’era Conconi, le decine di atleti olimpici di primo livello presenti nei suoi file trattati con emotrasfusioni ed EPO e le presidenze CONI sporcate per sempre dalla sopraggiunta prescrizione di Carraro, Gattai e Pescante per associazione per delinquere, truffa sportiva e somministrazione di farmaci nocivi. Così come non sarebbe facile da capire il caso della Di Terlizzi, atleta allenata da Donati nella seconda metà degli anni Novanta e trovata incredibilmente positiva a un controllo antidoping, salvo poi scoprire che la sua provetta era stata manipolata deliberatamente. Un’analogia fin troppo sinistra con la provetta di Schwazer, prima negativa e poi improvvisamente diventata positiva mesi dopo, in mezzo a decine di altri controlli sempre negativi. In tempo utile per non lasciare al marciatore altoatesino nemmeno le prerogative di difendersi come si deve. Una operazione chirurgicamente maldestra nelle modalità d’azione, ma perfetta rispetto agli esiti che si erano prefissi i suoi artefici: bloccare definitivamente Schwazer, che avrebbe probabilmente vinto l’oro a Rio dimostrando al mondo che è possibile trionfare senza ricorrere a pratiche dopanti e soprattutto togliere per sempre dalla circolazione Sandro Donati, le sue denunce pubbliche con nomi e cognomi e le sue inchieste ad ampio raggio che hanno interessato le federazioni di numerosi Paesi. Poco, pochissimo si è detto della IAAF corrotta nei suoi vertici apicali, che di giorno preparava comunicati stampa e dichiarazioni roboanti contro il doping e di notte mercanteggiava lasciapassare in cambio di denaro sonante con i vari comitati olimpici nazionali. La stessa IAAF che in questi mesi ha sottaciuto la cosiddetta positività di Schwazer salvo palesarla a fine giugno, a ridosso del termine ultimo per la presentazione delle liste degli atleti partecipanti alle Olimpiadi di Rio. I silenzi del CONI e della FIDAL, così come le uscite scomposte e piene di bruttissima acredine di alcuni atleti in partenza per i Giochi (primo tra tutti Gianmarco Tamberi, così bravo a decollare in volo tanto quanto a sbrodolare stupidaggini con la bava alla bocca, gonfio di supponenza e di ignoranza rispetto al contesto opaco e omertoso di cui sopra) non lasciano purtroppo presagire molto di buono. Ma se è giusto ritenere che non si dia vita vera in quella falsa, allora è forse normale non aspettarsi granché da un ambiente che davvero poco ha fatto e sta facendo per cambiare sul serio. E allora la battaglia deve continuare, solo spostandosi di poco: nelle aule della Procura della Repubblica di Bolzano, che ha aperto una (seconda) inchiesta per vederci chiaro sulla provetta di Schwazer. In Commissione parlamentare Antimafia, dove Donati è stato ascoltato ieri sulla vicenda. Sul web con la raccolta di firme che chiede di permettere la partecipazione sub iudice di Schwazer a Rio. E poi, ancora, in ogni campo di atletica in cui ci siano allenatori e dirigenti che amino davvero lo sport e i suoi valori di coesione sociale e di autentica crescita individuale e collettiva. Nelle piazze, nelle scuole. Dovunque ci siano persone disposte all’ascolto di una verità non falsificata e incartata a tavolino da mani colpevoli che si muovono, viscide, nell’ombra dell’impunità.

Un mio articolo sul tema doping (anche quello di Stato, con nomi e cognomi), datato agosto 2012, poco dopo la positività di Schwazer ai Giochi di Londra: qui

La raccolta firme perché Schwazer possa partecipare sub iudice alle Olimpiadi di Rio, qui

Un video che spiega le molte incongruenze e i troppi punti oscuri relativi alla seconda positività di Schwazer, qui

Un articolo di Luciano Bagoli, della società milanese Nuova Atletica 87, a sostegno di Donati e Schwazer, qui

Doping, soldi, successo, potere. Questo spirito olimpico così ipocrita

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Un mese fa, mentre iniziavano le celebrazioni per l’apertura delle Olimpiadi di Londra 2012 con Mister Bean e la regina, la Wada (insieme con l’Interpol con sede in Francia) si apprestava a piazzare il suo colpo più clamoroso in fatto di lotta al doping ai Giochi, visitando l’azzurro Alex Schwazer in ritiro preolimpico tra i boschi bavaresi e le fiale di Epo. Decisamente più recente la notizia che Lance Armstrong, accusato dall’agenzia antidoping americana Usada, rischia di perdere tutti e sette i trionfi al Tour de France tra il 1999 e il 2005 e di essere radiato a vita dalle corse, ma la sua condotta etica era già stata macchiata da molti dubbi. A partire dalla frequentazione del dottor Ferrari, lo stesso che ha seguito nella preparazione Schwazer, campione olimpico a Pechino 2008 nella 50 chilometri di marcia. Pericoloso questo dottor Ferrari, radiato dal Coni fin dal 2002 per i suoi metodi di preparazione e di allenamento che sperimentava per e con gli atleti (soprattutto ciclisti) che a lui si rivolgevano. Ultimo della lista è Fabrizio Macchi, ciclista e atleta paraolimpico medaglia di bronzo ad Atene 2004, anche lui accusato di frequentazioni con Michele Ferrari, ma lui dice che sì lo conosceva, che sì lo aveva visto più volte, che sì aveva fatto con lui analisi mediche, ma solo per aiutare la figlia di Ferrari che stava facendo una tesi di laurea in scienze motorie (vale il motto “tale padre tale figlia”…). Sembra di risentire le divertenti dichiarazioni di atleti pizzicati in passato positivi a sostanze dopanti: è colpa del dentista, è la crema vaginale della fidanzata, è colpa dei troppi caffè. Adesso la versione accademica della figlia dello stregone che sta preparando la tesi con l’atleta che si immola per la ricerca e corre da Ferrari. Sarà anche vero, ma Macchi dovrà essere molto convincente davanti alla Procura Antidoping del Coni. E nel frattempo il paraolimpico salta giù dall’aereo per Londra e resta a casa. A Londra ci è andata e con molta fortuna la cinese Ye Shiwen, sedicenne nuotatrice capace di sbriciolare il record del mondo nei 400 misti andando in alcuni tratti più veloce perfino dei nuotatori americani Lochte e sua maestà Phelps. La delegazione statunitense si è infatti un po’ risentita e ha fatto presente che la prestazione monstre della Ye qualche dubbio non può non sollevarlo. I cinesi hanno chiaramente rispedito al mittente l’accusa neanche tanto velata di doping, non senza sottolineare che pure gli otto ori di Phelps a Pechino potevano suscitare alcuni sospetti poco edificanti. Insomma, in mancanza di prove concrete, una mano lava l’altra. C’è da chiedersi quanto queste vicende possano insegnare qualcosa per il futuro e quanto invece siano le ultime di una lunga serie di scandali che hanno a che fare con l’idea di uno sport dove si debba vincere a tutti i costi, anzi stravincere. Dove una medaglia chiama l’altra, dove il record del mondo è la Mecca di ogni atleta, il trampolino che trasforma uno sportivo qualunque in macchina da soldi ricercata da sponsor pronti a coprirti con i loro dollari. Fino alla prossima medaglia olimpica, se arriva. Una spirale perversa che fa comodo anche alle rispettive federazioni, allo stesso Cio: che Olimpiadi sarebbero state senza Bolt e Phelps? L’intero movimento quanto sarebbe più povero se Bolt non fosse diventato quello che è adesso? Quando si dice che se qualcuno non ci fosse bisognerebbe inventarlo… Ecco che quello che ci ostiniamo a chiamare sport non è più tale, è qualcos’altro, dove l’atleta è un pupazzo che deve essere spremuto perchè dalle sue prestazioni vincenti aumenti sempre più il business intorno allo sport: diritti televisivi, contratti pubblicitari, sponsor, grandi finanziatori. Senza contare il prestigio politico che un alto dirigente sportivo può vantare in patria come in ambito internazionale. Insomma lo sport come ricerca forzata del successo paga in termini di soldi e potere, ma per prosperare necessita di atleti-cavie pronti a tutto, una ricerca medico-sportiva che ricorra a pratiche dopanti sempre più raffinate perchè non siano scoperte dai controlli (sempre troppo pochi) della Wada, la complicità di interi vertici dello sport mondiale che a parole si schierano ogni giorno contro il doping, ma a fatti lasciano più o meno che tutto vada avanti come finora è andato. Cioè lasciano che atleti e medici-preparatori sperimentino, in autonomia, nuove soluzioni in vista delle Olimpiadi. Se verranno beccati la strategia sarà quella di scaricarli e di fingersi scandalizzati. Se invece arriveranno delle belle e insperate medaglie occorrerà lodare l’atleta, nuovo eroe nazionale per una settimana, le sue capacità e la sua integrità morale, il suo fantastico spirito olimpico. E mostrare riconoscenza verso il medagliato. Infatti il Coni (così come la maggior parte dei comitati olimpici nazionali) misura la riuscita di una spedizione olimpica in base al medagliere e può ritenersi soddisfatto, come ha affermato il suo presidente Petrucci in occasione di Londra 2012, se siamo “nel G8 dello sport“. Viva Alex Schwazer finchè vince. Questa l’ipocrisia che ancora oggi tiene in trappola lo sport italiano. La dimostrazione l’ha data un sempreverde dello sport azzurro, Mario Pescante, che a proposito di Schwazer ha affermato: “E’ stato un gesto infame, ma la medaglia del 2008 era pulita“. E cosa ne sa lui della medaglia del 2008? Come fa ad essere così certo che anche a Pechino il marciatore altoatesino non sia ricorso a pratiche illecite? L’averla banalmente fatta franca è una opzione evidentemente non contemplata nella testa di Pescante. Ma lo scandalo non sta qui, ma in Pescante stesso, nella sua imperitura recita di uomo capace di galleggiare in qualunque mare in burrasca, accomodante con il potere di cui sopra, ai vertici dello sport nazionale, della politica come del Cio. In buona compagnia con l’amico Carraro. E allora vale la pena ricordare che il dottor Michele Ferrari, che ha inguaiato Armstrong, Schwazer, Macchi e chissà chi altro, non nasce dal nulla. Viene da Ferrara, là dove operava negli anni ’80 e ’90 Francesco Conconi, il medico, il preparatore atletico di Francesco Moser con il suo record dell’ora a Città del Messico, il rettore dell’Università di Ferrara, l’amico di Romano Prodi, ma soprattutto il prescritto in un’inchiesta del 2004 del Tribunale di Ferrara per avere sottoposto a pratiche illecite, nel corso degli anni, numerosi atleti di punta dello sport italiano. Ferrari già dagli anni ’80 faceva parte dello staff di Conconi e con lui collaborava a stretto giro. L’obiettivo principale era allora quello di arrivare agli appuntamenti olimpici in grado di vincere, non importa come. Nell’inchiesta di Ferrara, coordinata all’epoca dal pm Pier Guido Soprani, è contenuto un vero atto d’accusa per il movimento sportivo italiano, sia per i nomi degli atleti coinvolti nella “cura Conconi”, sia perchè emerse come l’attività di Conconi fosse stata concordata con i vertici del Coni dell’epoca. Maurizio Fondriest, Claudio Chiappucci, Marco Pantani, Ivan Gotti, Gianni Bugno, Maurilio De Zolt, Marco Albarello. E ancora, Maurizio Damilano e Manuela Di Centa. L’uno, campione olimpico a Mosca 1980 nella marcia è il fratello di Sandro, l’ex-allenatore personale di Schwazer negli anni considerati “puliti” da Pescante. A Londra ha portato ai vertici olimpici svariati atleti cinesi. Quando ha saputo che Schwazer frequentava Ferrari, Sandro Damilano non ci voleva credere: “Non credo che Alex si sia affidato a lui“. La vicenda del fratello “preparato” anni prima da Conconi non gli ha insegnato niente? L’altra, la Di Centa, due medaglie d’oro alle Olimpiadi invernali di Lillehammer 1994 con il metodo di Conconi e l’ematocrito impazzito a 54.2, dopo avere terminato la sua brillante carriera di fondista, ha vestito con grande disinvoltura e spigliatezza i panni della politica e della dirigente sportiva: eletta in Parlamento per la prima volta nel 2006 con Forza Italia, confermata deputata nel 2008 con il Popolo della Libertà, eletta membro del Cio nel 1999, rieletta nel 2002, dal 2010 è membro onorario. E’ sulla buona strada la Di Centa, quella dell’ipocrisia. Ma certo le vette più alte, là dove volano le aquile, quelle sono prerogativa solo di loro due, la coppia d’oro dello sport italiano: Franco Carraro e Mario Pescante. Carraro (detto Il Poltronissimo), tre volte ministro, sindaco di Roma, vice presidente di Alitalia, presidente di Impregilo e di Mediocredito, tre volte presidente della Figc, ma anche presidente della Federazione italiana scii nautico, presidente del Milan, commissario straordinario della Lega Calcio, membro del Comitato esecutivo dell’Uefa e soprattutto presidente del Coni dal 1978 al 1987. Secondo il pm Soprani fu proprio sotto la presidenza Carraro che prese il via la collaborazione tra il Coni e il laboratorio gestito da Conconi per avere medaglieri sfavillanti alle Olimpiadi. Dal 1982 è membro del Cio. Pescante anche lui s’è dato da fare: Segretario generale del Coni, capodelegazione dell’Italia a dodici Olimpiadi, deputato per tre legislature con Forza Italia e poi con il Popolo della Libertà, quindi sottosegretario ai Beni culturali con immancabile delega allo Sport, Commissario straordinario per Torino 2006 e per i Giochi del Mediterraneo di Pescara 2009, vice presidente vicario del Cio (dal 2009 al 2012, si è dimesso dopo la bocciatura del governo Monti della candidatura di Roma per le Olimpiadi del 2020, di cui era, inutile dirlo, presidente del Comitato organizzatore). Il nostro è stato ovviamente anche presidente del Coni dal 1993 al 1998 (anno in cui fu costretto a dimettersi per lo scandalo del laboratorio antidoping dell’Acquacetosa). Membro del Cio anche lui, dal 1994. Tra Carraro e Pescante, i due uomini della provvidenza che non riescono proprio a rinunciare a uscire di scena, dal 1987 al 1993 la presidenza del Coni è stata occupata da Arrigo Gattai. Anche il suo nome è finito insieme a quelli di Carraro e Pescante nell’inchiesta di Soprani. Le loro posizioni sono all’epoca state archiviate perchè i reati di cui erano accusati, associazione per delinquere, truffa sportiva e somministrazione di farmaci nocivi, erano prescritti. Ma resta la pesantissima condanna morale: “L’origine del rapporto tra il Coni e Conconi nacque e fu voluta per dare l’avvio, in ambito istituzionale, a pratiche di doping sportivo. I vertici del Coni che stipularono la convenzione non solo erano perfettamente al corrente di ciò, ma hanno consapevolmente deciso che, a fronte di probabili danni, il beneficio dato dall’ottenimento dei risultati agonistici sarebbe stato maggiore e più conveniente per il Coni“. Ieri Conconi, Moser, Di Centa, Damilano e un elenco lungo 63 atleti. Oggi Ferrari, Armstrong, Schwazer, Macchi. Ieri come oggi sono presenti più che mai e lottano contro il doping Carraro, Pescante, Di Centa, il Coni, il Cio… E con ogni probabilità il successore di Petrucci alla presidenza del Coni sarà Raffaele Pagnozzi, una carriera sotto l’ala protettrice di Carraro di cui è da sempre considerato il pupillo. Della serie.. ma di cosa stiamo parlando? Certamente non di sport. Nè tantomeno di spirito olimpico (quello vero).

Ciao Carlo Petrini

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Me lo aveva fatto conoscere il mio professore di educazione fisica al liceo quando all’inizio dell’ora di lezione in palestra, mentre iniziavamo poco convinti il riscaldamento, ci sventolò in faccia “Nel fango del dio pallone”. Un libro che già dal titolo mostrava la sua crudezza senza il bisogno di ulteriori presentazioni. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo personalmente per dirgli grazie, per manifestargli la mia vicinanza per il suo esporsi. E ho coltivato più di una volta la pazza idea di organizzare un evento pubblico con lui, magari insieme alla figlia di Bruno Beatrice, a Raffaele Guariniello e al grande Zeman. Un piccolo sogno. Carlo Petrini se ne è andato stamattina a Lucca dopo anni di calvario per un cancro al cervello che lo aveva reso quasi cieco. Se ne è andato poche ore dopo l’ennesimo morto precoce del mondo del calcio, Piermario Morosini. Se ne è andato Carlo Petrini, ma di certo restano pesanti e incombenti le sue denunce, i suoi libri onesti e sinceri che ci hanno mostrato l’altra faccia del calcio italiano, fatto anche di doping, tanti soldi sporchi e ipocrisia. Lo hanno spesso accusato di essere uno squallido approfittatore che si era messo a scrivere solo per soldi, o di essersi inventato tutto. Quello che il calcio professionistico sta passando in questi mesi, tra partite truccate in mano alla criminalità organizzata nazionale e internazionale, morti precoci di giovani atleti all’apparenza sani e la fastidiosissima e più che sospetta abitudine dello stesso mondo dei “pallonari” di liquidare il tutto come fenomeni marginali, mele marce, casi isolati, tragiche fatalità, sono la dimostrazione che Carlo Petrini non si era inventato proprio niente. Se si è iniziato a parlare di doping e di abuso di farmaci nel calcio è anche grazie ai suoi scritti. Un pezzetto di verità e di bellezza in mezzo a troppa ipocrisia.
Grazie Carlo Petrini. E ciao.

Una recente indagine ha dimostrato che un adolescente su tre è disposto a fare uso di sostanze illecite pur di raggiungere il successo nel mondo del calcio. La cosa ancora più inquietante è che il 10% di loro si dichiara ‘pronto a morire per uso di questo sostanze’, pur di assomigliare al proprio idolo sportivo“. Carlo Petrini.


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