Da dove cominciare? Si potrebbe cominciare dai rifiuti, dai compattatori che prendono fuoco. Oppure da cave abbandonate che trovano “nuova vita” come depositi di materiali inquinanti. O ancora da terreni da bonificare che restano così come sono. Oppure? Oppure da quartieri nuovi di zecca, dove giovani famiglie sono andate ad abitare, costruite su fondamenta impastate da terra al gusto di metalli pesanti.
Da qualsiasi punto la si prenda, questa storia odora del rancido del pattume. I reati ambientali sono una piaga che descrive oggi la ferita che infliggiamo quotidianamente alla natura che ci sta attorno. E non è (solo) un problema di inquinamento di matrici ambientali: colui che inquina dimostra di avere smarrito il senso profondo di un legame con il territorio, non accorgendosi che la sua condotta provocherà danni diretti anche a lui e ai suoi figli. Ma torniamo al punto. I reati ambientali sono anche numeri: secondo il Rapporto ecomafia 2011 di Legambiente, nel 2010 sono state accertate 30.824 infrazioni, le persone denunciate sono state 25.934, 205 quelle arrestate e 8.771 i sequestri effettuati. E all’appello mancano le vicende non emerse, quelle non denunciate alle autorità, chi l’ha fatta franca.
Numeri e fatti. Chi commette reati ambientali lo fa, generalmente, per ricavarne profitti illeciti. Il campionario umano degli eco-criminali va dal piccolo proprietario terriero che si costruisce abusivamente una villetta, ai colletti bianchi, funzionari comunali, personale delle forze dell’ordine, impiegati statali che agiscono sinergicamente per truccare gli appalti di opere pubbliche magari su terreni protetti da vincoli, fino ai veri e propri eco-mafiosi che sfregiano la terra, bene comune, con l’impunità di chi sa che non verrà nessuno a chiedere il conto tutto per intero, fino in fondo.
Siamo abituati a sentirci raccontare della “terra dei fuochi” nelle province campane, sappiamo (giustamente) tutto sulle eco-balle al veleno. Abbiamo ancora negli occhi e nella mente gli ecomostri di Punta Perotti sbriciolarsi sotto i colpi di un esplosivo a cui abbiamo delegato il compito di fare piazza pulita, quando siamo rimasti (e rimaniamo) immobili di fronte a nuovi scempi che incidono il paesaggio come la punta di un compasso. Eppure ci manca un pezzo. L’Italia è unita dalle ecomafie. I roghi dei cassonetti non ci sono solo a Napoli: anche su (giù) al Nord, nel lodigiano per esempio, dove si sono verificati negli ultimi mesi incendi a impianti di trattamento rifiuti, container, mezzi di trasporto e impianti di compostaggio. La “terra dei fuochi” è anche nei pressi di Lodi, e adesso sta indagando la DDA di Milano. Non solo roghi: il traffico illecito dei rifiuti non viaggia soltanto da Nord a Sud. Le discariche dove la legalità viene sepolta viva da cumuli di materiali di scarto, in barba alle più elementari regole di differenziazione dei rifiuti, e dove il lavoro sporco viene fatto da stranieri in nero, sono ad esempio a Bollate, nel milanese. Qui Vincenzo Mandalari, il boss di ‘ndrangheta dalla pancia larga come un ottovolante, ora a dieta in cella, ha per anni marcato il territorio come un cane agitato: la movimentazione terra era il suo campo dove pisciare. Avrà marcato anche la discarica?
Ecomafie al Nord sono anche inchieste (in corso) della magistratura, che ci raccontano di un’imprenditoria padanissima che scende a patti con la criminalità organizzata. Il meccanismo è rodato: società pulite vincono gli appalti e poi girano il lavoro a imprese di movimentazione terra in mano a uomini di ‘ndrangheta. E’ il caso di Maurizio Luraghi e della sua Lavori stradali Srl, che secondo i magistrati era legata a doppio filo con la cosca dei Barbaro-Papalia di Buccinasco. Al Nord difficilmente si costruisce abusivamente: siccome i padani mal sopportano il disordine e l’imprecisione, il sistema degli eco-mafiosi è quello di occultare. E così nei cantieri dati in subappalto ai boss, capita di tutto. Perfino che nei giardini dove si portano i bambini a giocare ci sia terra concimata con l’eternit. Ecco come si abbattono i costi di smaltimento e si resta competitivi sul mercato. Addirittura, da testimonianze che dovranno essere verificate dalla magistratura, può accadere che gli ospedali siano stati costruiti su rifiuti pericolosi: Como, nuovo ospedale Sant’Anna. La società su cui si concentrano le indagini in corso è la Perego Strade, di Ivano Perego, un altro imprenditore accusato di essere il “principale strumento di accesso” della ‘ndrangheta negli appalti pubblici. Dove? Nel cuore della Brianza, a dieci minuti di macchina da Lecco.
In questa storia che puzza di rancido, possiamo ancora credere nel lieto fine. Tanto per cominciare, dobbiamo pretendere che i criteri antimafia adottati per le gare d’appalto per le opere pubbliche siano resi obbligatori per tutte le urbanizzazioni, anche quelle a carattere pubblico-privato che inondano i nuovi piani regolatori di migliaia di comuni. Sarà lieto fine vero solo se non tollereremo più imprenditori come Luraghi o Perego. Più schiene dritte per un ambiente migliore e un’economia sana, per un’Italia unita dalla lotta alle ecomafie.

Il dossier di Legambiente Lombardia sulle ecomafie (2011), QUI