Possibili salvezze a Milano: la Chiesa Ortodossa Romena

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Nessun hashtag #bellamilano, #avantimilano. Nessun aperitivo, apericena, brunch, coffee break. Nessun inglesismo né shock cromatico. Niente hipster, barbe, risvoltini, fashion week e food blogger. Niente uomini e donne manichini che inondano i marciapiedi con espressioni sempre più identiche tra loro. Senza vita(lità). Solo un varco possibile che si offre senza strafare a chi sa ancora ben guardare al di là, un po’ più lontano del frullatore milanese così sempre alla moda. Una porta per accedere a una dimensione più profonda, più umana. Senza alcun ritmo. Immobile rispetto al vortice (tanto effimero quanto violento) che prepotente ci ha già abbondantemente condotto alla deriva senza che ce ne accorgessimo. Se tutto si muove, occorre fermarsi. Perché entrare in quella chiesa ortodossa di via De Amicis, a Milano vuol dire lasciare dietro di sé tutta la confusione indistinta e provare a riprendere il proprio personale (e nostro) spazio/tempo. Giungervi come osservatori esterni, ma partecipanti. Cercare di non giudicare ciò che si vede. Lasciarsi interrogare, piuttosto. Ed ecco le icone, i grandi maestri spirituali. La cura artigianale che diviene, magicamente, arte che racconta il tempo. Il pope che arriva e copre il capo dei due avventori con la sua tunica. Mistero e redenzione si compiono proprio lì. “Lei vuole parlare con me?” “No no, grazie” “Allora parli con Dio”. Una possibile via di salvezza per noi milanesi (e per noi “occidentali”), prototipi perfetti di uomini infarciti e tragicamente bulimici di quotidianità vacue non può essere forse questa grande lezione di spiritualità che resiste e attraversa la storia? Proprio qui, proprio a Milano.

Questa perfezione milanese messa su con lo scotch

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E allora finisci così, di ritorno da una giornata in quella Milano in preda all’efficientismo, votata alla velocità, alla corsa alla produzione, al terziario (avanzato, ci mancherebbe) e ai servizi, che recita come un rosario quotidiano il suo vangelo di crescita e sviluppo, grigia come la finanza grigia. E come il palazzo della Borsa. Quella Milano che se vuoi il colore lo devi trovare sui cartelloni pubblicitari.
Finisci che ti ci ritrovi dentro il frullatore che tutto frulla. Finisci che c’è lo sciopero dei mezzi pubblici e i soldatini dell’efficientismo vanno in pallone e impazziscono tutti insieme ordinatamente, con la loro borsetta e il loro iPad a fargli compagnia. E’ la folle corsa per raggiungere il tuo spazio vitale garantito in ufficio, una sedia, una scrivania e un pc (tutto grigio anche qua), dove passare le prossime otto ore da bravi e obbedienti impiegati.
E se li guardi un po’ da lontano, questi milanesi che si insultano tra di loro per mezzo metro quadrato d’aria, non puoi non chiederti se sia davvero civile e desiderabile questa perfezione messa su con lo scotch.


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