Quanto ne sanno oggi i giovani abitanti di Giussago, un piccolo comune nelle campagne pavesi, delle sue mille frazioni presenti da tempo immemore sul territorio? I loro genitori, sempre che ne siano in grado, li avranno mai stimolati alla ricerca? Chi è ancora in grado di saper raccontare storie e aneddoti capaci di trasmettere cultura e magia, nell’epoca magnifica e progressiva della realtà aumentata dai Google Glass?  Non è forse tempo di recuperare la storia dell’Italia rurale, le piccole particolari esperienze collettive che hanno abitato i luoghi dei nostri padri e dei nostri nonni? Non si tratta di fare un esercizio di posa, moralmente buono e giusto. Ricordare ciò che siamo stati significa salvarsi da un futuro che assume sempre più l’immagine di un presente buco nero, dove veniamo risucchiati senza sapere bene chi siamo, da dove veniamo e perché. Ricordare significa allora recuperare ciò che sono state le generazioni precedenti alla nostra senza vergognarsene. Le feste di paese, a volte, quando non corrotte dalle bancarelle di paccottiglie cinesi che portano soldi nelle casse comunali, conservano ancora la magia del rito che perdura nel tempo e lo attraversa. Quella può essere una buona porta d’entrata per riscoprire, seppur parzialmente, lo spirito che animava la cultura contadina dell’Italia preindustriale, quella che c’era prima del boom economico. Certo dobbiamo educarci, abituarci, allenarci a scovare nelle nostre coscienze individuali e collettive le tradizioni che ci appartengono. Si tratta di andare piano e non veloce, di frenare usando il freno d’emergenza della Storia quando tutti intorno schiacceranno solo l’acceleratore. Ma forse vale la pena chiedersi: quale generazione prima della nostra si è trovata di fronte alla difficoltà di recuperare e conservare memoria identitaria secolare andata quasi del tutto perduta in pochi decenni? Quanti in passato hanno visto scivolarsi tra le mani la loro cultura quotidiana con la velocità irrimediabile in cui siamo cresciuti e viviamo? Ecco allora l’importanza che può avere oggi un paziente e operoso lavoro di archeologia culturale che parta dall’indagine dei resti sopravvissuti all’invasione di prodotti e servizi che quella portentosa macchina da guerra che è l’industria culturale partorita dai nostri sistemi democratici e liberali non ci fa mai mancare. Il flaneur contemporaneo deve trasformarsi in archeologo che ausculta i battiti e le vibrazioni dei luoghi e delle culture solo in apparenza marginali che ancora oggi, nonostante tutto, si sforzano testardamente di resistere al magma indifferenziato a cui non vogliono sottostare.