Caro/a attivista,
Caro/a volontario/a del vasto mondo del terzo settore,

So che da anni ti impegni tanto, tantissimo, per cambiare il mondo, questa valle di lacrime dove vedi tante ingiustizie, pochi ricchi sempre più ricchi e tanti poveri sempre più poveri. Ti stimo per quello che fai e apprezzo la tua buona volontà. Però diciamocelo, qualcosa non va se continui a ripetere che “non c’è più la partecipazione di una volta” e che “la gente se ne frega di quello che gli proponi, la nostra società è individualista”. Certo, le cose non vanno proprio alla grande, hai ragione…ma ti è mai venuto il dubbio che sia anche colpa tua, del tuo linguaggio e del tuo modo di pensare se le persone non ti seguono?
Beckett diceva che non c’è più niente da dire, eppure continuiamo a parlarci, senza in realtà trasmetterci nulla di veramente importante e innovativo, perchè tutto è già stato detto. Quell’irlandese scorbutico, secondo me, ci aveva visto giusto. Io non ti voglio proporre di smettere di parlare, ma di comunicare meglio di quanto adesso tu faccia. Vuoi davvero cambiare il mondo? E allora inizia da qui…
Usa parole semplici e comprensibili.
Non appesantire i discorsi: se puoi spiegare un concetto in 2 minuti, impiega 2 minuti.
Parla anche di casi concreti.
Ricordati che funziona molto riportare esperienze personali.
Occhio alle parole inglesi (in generale quelle straniere): vanno bene solo quelle che sono ormai entrate nell’uso quotidiano di noi italiani (anche del pensionato che è sempre davanti a te dal medico).
Ricordati che l’attenzione delle persone è limitata ad un massimo di 15 minuti (se sei bravissimo. E tu non lo sei).
Sappi che di tutti i discorsi che la gente sente, generalmente non resta poi niente alla fine della discussione.
Concentrati su poche parole chiave sulle quali vuoi articolare il tuo intervento.
Preparati 1/2 frasi ad effetto da dire, saranno quelle che colpiranno il tuo uditorio e che (forse) verranno ricordate.
Ricordati sempre che il tuo target deve poter coprire anche le fasce culturalmente meno erudite della popolazione.
Fai una prova: pensa sempre di esporre il tuo discorso al barista sotto casa, o al tuo benzinaio. Se ritieni che ti possano mandare a quel paese dopo pochi secondi, c’è qualcosa (tutto) da rivedere.
Pensa così: ogni parola che utilizzo nel mio discorso deve essere di uso quotidiano per la signora della tintoria dove va mia nonna.
Invece di lamentarti delle multinazionali che fregano le persone attraverso le loro campagne pubblicitarie e i loro spot tv (cosa in ogni caso vera)…impara da loro! Usa parole semplici, slogan comprensibili per veicolare il tuo messaggio.
Sappi che NON è colpa dell’ignoranza della casalinga di Voghera se lei non capisce le tue fantastiche idee. È solo colpa del tuo linguaggio universitario astratto (o da vecchia sinistra più nostalgica dei nostalgici di Salò) che non è in grado di descrivere situazioni concrete quotidiane.
“Parla come mangi” non è uno slogan che serve agli zoticoni per giustificare la loro ignoranza rispetto alla tua sapienza. È invece esattamente il tuo obiettivo per diventare finalmente un comunicatore in grado di parlare alle masse. (A meno che tu non voglia veramente continuare a parlare sempre e solo con il tuo mondo culturale/ideologico di riferimento. Ma pensi davvero di poter “cambiare il mondo” se non riesci a farti capire dalla maggioranza delle persone?).
Infine individua dei modelli di riferimento vincenti ai quali pensare nei momenti bui in cui pensi di essere Cacciari. I più grandi comunicatori degli ultimi 20 anni, in grado cioè di parlare alle masse italiche sono gente come Vasco Rossi, Wanna Marchi, Silvio Berlusconi, Beppe Grillo, Linus, Paolo Bonolis, Roberto Benigni, Fiorello. Loro sono i tuoi maestri, basta solo che adatti il TUO contenuto al LORO modo di comunicazione (Attento: non ti sto dicendo di comunicare come Wanna Marchi, ma di studiare il suo modello comunicativo per capirne i punti forti che le hanno permesso di affermarsi nell’immaginario nazionalpopolare italiano vendendo scioglipancia in televisioni private da retrobottega. Un po’ quello che ha fatto Umberto Eco con Mike Bongiorno).

NB: Quando avrai re-imparato a dire “se la cosa funziona” invece di “nel caso in cui il modello di riferimento adottato non dia evidenza di criticità”, non dare ascolto a chi ti taccerà di populismo blaterando di appiattimentoculturalemassmediaticoindottodalmarketing. Le cose più semplici, sono le più belle e le più vere perché riescono ad arrivare a tutti, dal più dotto professore della Normale di Pisa al camionista che incontri all’Autogrill. Semplice non è mai uguale a banale. La tua bravura sta nel riuscire a comunicare la complessità usando parole, concetti e frasi chiare e immediatamente comprensibili. Devi destrutturare il tuo modo di comunicare (e di pensare) abbandonando il linguaggio che ti sei sforzato di acquisire nei tuoi anni liceali e universitari. Tutto quello che non arriva al tuo parrucchiere in modo diretto e chiaro è da rivedere da capo. Facile? No. O almeno non sempre. Ma francamente penso che tu non abbia scelta. Ah, ultimo suggerimento: tra quelli da studiare, mettici pure don Lorenzo Milani e Pier Paolo Pasolini (ma evita come i vampiri fanno con l’aglio i loro tristissimi falsi epigoni, quelli che li citano ogni giorno su Facebook…tieniti lontano anche dai luoghi “istituzionali” che li ricordano come mostre, musei, commemorazioni pubbliche organizzate in occasione degli anniversari). Loro qualcosa sulla comunicazione “popolare” lo avevano capito.